Legarsi all’assenza: Megan Nolan e la grammatica della sottomissione
L’amore l’aveva resa schiava, dice il giovane narratore de “Il diavolo in corpo”, che coincide quasi scandalosamente con l’autore, Raymond Radiguet, ricordandoci come l’amore possa trasformarsi in una forma di servitù volontaria. Il suo protagonista si consegna a una relazione adulterina come a un destino, più che a una scelta. Non c’è eroismo, non c’è emancipazione: c’è piuttosto una resa, lucida e febbrile, a un sentimento che divora e organizza la vita. È da questa genealogia inquieta della devozione amorosa che si può partire per leggere Atti di sottomissione di Megan Nolan.
Perché ciò che Nolan mette in scena, e lo fa con una prosa che ha la precisione clinica del memoir e l’ossessione ripetitiva del pensiero contemporaneo, non è semplicemente una storia di dipendenza sentimentale, ma l’accurata indagine del desiderio come distruzione che passa per l’esercitazione del potere. In questo senso, il romanzo si colloca più vicino a La campana di vetro di Sylvia Plath o a certe pagine di Annie Ernaux che non al consumo anestetizzato del romance contemporaneo.
Dove il mainstream, si pensi ai tanti 50 sfumature, riduce la sottomissione alla banalizzazione del dominio e, quando prende aspetti pericolosamente manipolativi, ne crea addirittura fascino, Megan Nolan, invece, la analizza e ne mostra i rischi. La vergogna, l’autosabotaggio. Ecco perché il titolo originale è quantomai funzionale: Acts of Desperation, quindi “atti di disperazione”. Sottomettersi può essere un atto di disperazione, una tensione costante tra consapevolezza e coazione, tra lucidità teorica e incapacità pratica di sottrarsi. La protagonista ne è perfettamente cosciente, ma quella stessa lucidità è difficile da mantenere quando cerca attenzioni e, come sottolinea, “fra tutti i nostri peccati capitali, cercare attenzioni di sicuro dev’essere uno dei più gravi”.
Lentamente, dal sentimento amoroso nasce una dipendenza che sfocia nella sottomissione pura. “Non riuscivo a trascorrere una giornata senza guardarmi intorno in cerca di qualcuno per cui provare qualcosa”, dice la protagonista del libro di Megan Nolan. Non è una confessione romantica: è un sintomo che associamo spesso all’innamoramento; potrebbe essere una nota a margine dei Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, dove l’innamorato è sempre colui che aspetta, che interpreta, che si consuma nell’assenza dell’altro. L’amato è sempre “atopos”, come dice Socrate, ovvero è inclassificabile, dotato di un’originalità sempre imprevedibile. Dall’idea di originalità, passa quasi quella di venerazione asimmetrica: chi amiamo, o pensiamo di amare, diventa irraggiungibile, inarrivabile. È il motivo per cui una “situationship” che non si risolve con una storia d’amore a volte rimane impressa più di una lenta rottura dopo una storia solida: c’è l’ignoto, il non appagato, come scrive Barthes: “Ciò che invece, indistruttibile, continua a risplendere, è la volontà di appagamento. Attraverso questa volontà, io derivo: io formo dentro di me l’utopia di un soggetto sottratto alla rimozione: io sono già questo soggetto”.
Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes
Lo stimolo è superiore se non c’è parità nel desiderio: c’è una posizione, e quella posizione è quasi sempre di inferiorità. Nolan prende questa intuizione e la sposta nel presente, dentro una relazione che non ha nulla di epico, nulla di straordinario e, proprio per questo, estremamente riconoscibile.
L’inferiorità passa per l’erotismo in maniera forte e analitica. Si parte con il bene: quando le attenzioni sono positive, c’è una fase di estremo entusiasmo, in cui il cuore si rilassa, le difese si abbassano e si pensa: ”Okay, ho delle attenzioni, mi lascio andare”; ma poi, lentamente, qualcosa si incrina e si spezza dentro la protagonista. Non a causa di un rifiuto netto, di una chiarezza, ma a causa dell’ambiguità. Quest’ultima rende ancora più sottomesse con l’ignoto e l’eterna attesa che tengono in trappola. Geometrie di assenza, figure costruite quasi ad hoc ma con naturalezza e precisione quasi razionale insieme. La distanza seguita dal ritorno. L’assenza che prepara la ricomparsa. Un ritmo irregolare che non permette mai di stabilizzarsi.
È qui che il romanzo diventa quasi un laboratorio: non racconta solo una relazione, ma un meccanismo che purtroppo può appartenere a tutti. Il lettore non riesce a giudicare la protagonista, a pensare che “se l’è cercata”: è vero, sarebbe libera di staccarsi, ma è una visione troppo semplicistica, che dal desiderio esclude l’idea di rinforzo e di abitudine. Le abitudini del desiderio, suggeriva Simone de Beauvoir, non nascono nel vuoto: sono il risultato di una lunga educazione a cercarsi nello sguardo dell’altro. La protagonista di Nolan non è debole: è perfettamente addestrata. Sa esattamente cosa sta accadendo, nella sua consapevolezza, non vuole sottrarsi. Il sesso e la sottomissione in esso sono scelti, non sono territori neutri. Non è più piacere, non è più scoperta, ma un medium: un linguaggio parlato per restare, per essere scelta, per non essere abbandonata. Come ricorda Michel Foucault, il potere più efficace non è quello che si impone dall’esterno, ma quello che viene incorporato, fino a diventare desiderio.
La protagonista non è costretta: aderisce volutamente, si nutre di quella dipendenza. In teoria, nell’ambito del “role play” questo è un aspetto accattivante: essere nelle mani dell’altro, obbedire fittiziamente, ricevere ricompense e punizioni, tutto molto stimolante. Tuttavia, quando si esce dal gioco e si arriva a qualcosa di più ampio, alla piena adesione, si concretizza la forma più subdola di asservimento, quella che non ha bisogno di corde, manette e catene perché le ha già trasformate in bisogno, in identità. La sottomissione, allora, non è solo un rapporto tra due individui, ma una struttura che attraversa il corpo e il linguaggio, e che rende difficile distinguere tra ciò che si vuole e ciò che si è imparato a volere.
In questo senso, la sottomissione è strategia, non semplice gioco: come sostiene in Teoria King Kong Virginie Despentes quando smonta l’idea che la sessualità sia automaticamente liberatoria: non solo perché si sceglie, allora si diventa emancipate. La sottomissione, in questo senso, non è scandalosa: è perfettamente comprensibile dentro un sistema che premia la disponibilità femminile; non è quella scelta rivoluzionaria di Histoire d’O lodata per esempio da Alberto Moravia rispetto all’oggettificazione nella moda. Così, il romanzo non cede al “finto empowerment” del mainstream erotico, in quanto la protagonista non si sottomette perché le piace, o almeno non solo per quello. Si sottomette perché non vuole essere lasciata da sola.
Dall’altra parte c’è un uomo emotivamente opaco e indifferente, probabilmente il classico “narcisista”, direbbero alcuni; ma far diventare la protagonista “vittima” parlando di cosa non va in lui non è l’intenzione di Nolan: il punto non è lui. Non è mai stato lui. La vera forza disturbante del romanzo è lo sguardo che ci costringe a rivolgere verso di lei. Perché lei irrita, quando insiste. È quella amica contro la quale urli quando vuole “riscrivere al malessere”, ma approfondita con una lucidità disarmante che ti porta a entrare in empatia. Anche quando torna dove non dovrebbe tornare. Ama quando dovrebbe smettere. Ed è proprio questo a renderla insopportabilmente reale.
Neppure quando la violenza emerge in modo esplicito, Atti di disperazione (per usare il titolo originale) diventa un romanzo sulla vittima. La protagonista stessa dice che essere una vittima è noioso, in quanto è una posizione già ampiamente spiegata. Il punto è comprendere, più che etichettare.
È questa la forza del romanzo: non la relazione “tossica”, parola molto abusata, non la sottomissione, non il sesso, ma il riconoscimento. Il fatto che, sotto la superficie del racconto, si intraveda qualcosa di familiare. Non identico, non sovrapponibile, ma abbastanza vicino da disturbare.

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