Chi guarda al Sudan: interessi e silenzio internazionale
- Francesca Pavan
- 9 mag
- Tempo di lettura: 3 min
A tre anni dall’inizio della più grave crisi di sfollati al mondo, la situazione in Sudan resta estremamente critica: il sistema sanitario è al collasso, le forniture di beni essenziali scarseggiano e la malnutrizione dilaga. La guerra civile ha costretto milioni di persone a lasciare le proprie abitazioni generando per di più un’immigrazione destabilizzante sui Paesi confinanti.
Il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze Paramilitari (in inglese Rapid Support Forces o RSF) continua a causare violenze brutali, in particolare nella regione del Darfur. A El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, diverse agenzie umanitarie hanno segnalato la presenza di una carestia nel campo per sfollati di Zamzam e della zone delle Montagne Nuba Occidentali, la prima registrata a livello globale negli ultimi sette anni. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha definito questa crisi come “l’emblema della tempesta perfetta” che accompagna la “perdita di un’intera generazione” all’incapacità di garantire il funzionamento degli sforzi di pace.
Nel biennio 2024-25, l’Unione Europea ha stanziato un contributo complessivo di 529 milioni di euro, forniti tramite agenzie ONU, ONG e la Croce Rossa e destinati ad assistenza sanitaria, denaro contante, servizi igienici, riparo e istruzione. Sebbene la somma risulti rilevante, alla luce della disastrosa situazione del paese, il confronto con altri stanziamenti è abissale. Dal 7 ottobre 2023, l’assistenza umanitaria al popolo palestinese ha raggiunto un sostengo pari a 1,68 miliardi di euro in cibo, salute, approvvigionamento idrico, igiene e riparo. La domanda sorge allora spontanea: esistono guerra di serie A e guerre di serie B? L’attenzione internazionale resta selettiva e discontinua. Una disomogeneità così marcata abbandona la logica dell’umanitarismo egualitario e imparziale, sollevando evidenti presupposti di interesse geopolitico ed economico su regioni del mondo diverse.
Chi guarda, allora, al Sudan?
A partire dai primi giorni dallo scoppio del conflitto, l’interesse egiziano nei confronti del paese si configura come un dilemma strategico. Da un lato, l’Egitto si è sempre mostrato concorde a un ordine politico a guida militare in Sudan, temendo che una transizione democratica di successo potesse influenzare il sentito popolare verso l’establishment militare egiziana. Dall’altro, l’Egitto guarda con preoccupazione al possibile ritorno delle forze politiche islamiste al governo sudanese. I Fratelli Musulmani, classificati come organizzazioni terroristiche in Egitto, rappresentano un elemento di instabilità del potere dell’attuale equilibrio politico. La presenza di forze armate egiziane è stata segnalata sin dalle prime fasi del conflitto, ufficialmente nell’ambito di esercitazioni congiunte. L’interesse egiziano non riguarda unicamente la tutela della sicurezza nazionale ma anche – e soprattutto – la gestione delle acque del Nilo, in relazione alle tensioni legate alla Diga del Rinascimento Etiope.
Come secondo attore rilevante - o secondo beneficiario, se così possiamo definirlo – del disastro sudanese, troviamo gli Emirati Arabi Uniti. Questo paese adotta un approccio opaco, intrecciando interessi militari del paese a legami con le RSF. Le ragioni risalgono al coinvolgimento delle RSF nella coalizioni militare saudita-emiratina in Yemen contro i ribelli Houthi. In questo contesto, le Forze Parmilitari Sudanesi si sono impegnate in attività mercenarie, rivelatesi al quanto redditizie dal punto di vista finanziario, nello Yemen meridionale. Un arruolamento stimato di sei mesi offriva compensi fino a un milione di sterline sudanesi (circa 19.850€), portando migliaia di combattenti delle RSF al servizio delle operazioni saudite ed emiratine. Da un primo legame strategico, l’asse RSF-EAU diventa un’intesa strutturata, guidata da obiettivi economici e geopolitici. Riserve aurifere, vasto potenziale agricolo e avamposto nel Mar Rosso consolidano un ingente scambio di armi, veicoli blindati e droni a favore delle forze paramilitari. Un rapporto del Sudan Conflict Observatory, ha concluso con “quasi certezza” che 32 voli tra giugno 2023 e maggio 2024 sono stati impiegati per trasferire armi dagli EAU al Sudan.
La lunga lista degli “interessati” prosegue con Russia e Iran, ancorati non tanto a convinzioni ideologiche quanto più all’occasione economica di fornire droni e armi alle SAF. Si aggiunge a questi la Turchia, impegnata ad accrescere la propria influenza nel Corno d’Africa, il Qatar e l’Arabia Saudita, all’avamposto nel Mar Rosso e, infine, la Cina, presente sul piano economico nel quadro della Belt and Road Initiative.
Lontano dai riflettori occidentali, BRICS e Non Allineati agiscono indisturbati, rendendosi partecipi della peggior catastrofe umanitaria dagli ultimi anni. Ma la responsabilità appare diffusa: tra un occidente quasi indifferente alla crisi e dinamiche ricordano una guerra per procura, la realtà resta lontana da un impegno internazionale coerente.
Il Sudan continua a sanguinare in silenzio.

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