L’umanità prima dell’umano: quando il futuro sacrifica il presente
- Beatrice Vinassa
- 6 giorni fa
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“Salvare vite nei paesi poveri può avere effetti a catena significativamente più ridotti rispetto al salvare e migliorare vite nei paesi ricchi. Perché? I paesi più ricchi generano molta più innovazione e i loro lavoratori sono molto più produttivi dal punto di vista economico”. Scriveva così Nicholas Beckstead, esponente della corrente lungoterminista, nella sua tesi di dottorato in filosofia. Se innovazione e produttività economica rappresentano la nostra unica unità di misura per valutare il futuro e il grado di benessere delle generazioni future, allora perché perdiamo tempo auspicando a un mondo equo e solidale?
Nata negli Stati Uniti, il lungoterminismo (longtermism) assume come priorità morale attuale la necessità di influenzare il futuro a lungo e lunghissimo termine nella maniera migliore per le generazioni che verranno. Rappresenta una delle cause principali di cui si occupa un movimento particolarmente influente in Silicon Valley, noto come “altruismo efficace” che, fondato sull’etica utilitarista, si propone di massimizzare il bene ottenuto per ogni unità di denaro donata, applicando la ragione e l’approccio scientifico alla filantropia.
Nel suo libro “L’uomo che vuole risolvere il futuro” (2023), il giornalista Fabio Chiusi prova a rispondere a dei quesiti fondamentali per capire il lungoterminismo: se tutelare il bene collettivo — in particolare quello delle generazioni future — è considerato l’atto più significativo che possiamo intraprendere, quali mezzi sono giustificati? Che cosa intendiamo con collettività e chi stiamo lasciando fuori?
Il lungoterminismo crede che il potenziale del genere umano (e la sua piena espressione) debba essere protetto a ogni costo, e che abbia la precedenza su qualsiasi altro obbligo morale. In questa visione, l’umanità viene prima dell’umano, la collettività prima del singolo e il futuro prima del presente. Non sono l’individuo o la comunità a dover sopravvivere, ma le capacità della specie umana. Il lungoterminismo considera l’estinzione una tragedia, soprattutto perché impedirebbe all’umanità di realizzare il suo potenziale, colonizzando lo spazio e creando nuove civiltà avanzate. In quest’ottica, le sfide contemporanee, come guerre e disuguaglianze, purché non minaccino l’estinzione totale, passano in secondo piano. È proprio questo di cui parla Beckstead quando dice che le vite dei paesi poveri sono meno necessarie di quelle dei paesi ricchi: le risorse vanno spese per chi è più capace di proteggere il potenziale umano nel lunghissimo termine.
Nel pensiero lungoterminista, il grado di sviluppo di una società sembrerebbe essere misurato in base alla ricchezza economica della società e al suo grado di avanzamento tecnologico. Il dominio della ragione finisce quindi per coincidere con quello dei pochi che la padroneggiano in modo eccezionale. Al contrario, il ruolo delle istituzioni è messo in secondo piano, poiché la regolamentazione non garantisce la “massima espressione” del potenziale umano.
Assicurare il futuro è un obiettivo nobile ma non implica necessariamente esiti democratici. L’accademico Langdon Winner, nel suo libro “The Whale and the Reactor” (1987), ha mostrato come la tecnologia, in particolare, non sia mai neutra ma profondamente intrecciata a dinamiche di potere.
Il lungoterminismo si avvicina ad alcuni elementi di pensiero tra gli esponenti dell’élite tecnologica, tra cui Elon Musk e Peter Thiel. Quest’ultimo ha da sempre sostenuto candidati repubblicani e libertari scettici verso la regolazione statale o la democrazia nel suo complesso. L’appoggio di Thiel (principalmente di natura economica) è fondamentale per comprendere la sua visione lungoterminista poiché, se proteggere l’umanità costituisce l’imperativo finale, è lecito rigettare ogni impedimento — norma o azione umanitaria che sia — potenzialmente minacciosa. In questo contesto, lo stato, organo che per eccellenza deve occuparsi della regolamentazione, non può che essere visto come un ostacolo.
A Musk, il pensiero lungoterminista serve anche per giustificare le sue mire espansionistiche, da SpaceX a Optimus. Se l’esistenza futura di robot senzienti costituisce una minaccia per l’umanità, la risposta non consiste nel vietarne lo sviluppo o nello stigmatizzarne l’adozione. Al contrario, secondo Musk, è necessario diffonderli capillarmente, a patto che siano progettati per agire in modo “benevolo” e finalizzato al benessere collettivo. Seguendo la stessa logica, le risorse non andrebbero impiegate per risolvere le crisi presenti, ma per anticipare l’esplorazione interstellare futura. Ciò garantirebbe all’umanità di sopravvivere anche altrove, abbandonando un pianeta dilaniato da calamità, guerre o cambiamenti climatici — aggravati peraltro proprio a causa dell’uso scorretto delle risorse.
Una fede solida verso la tecnologia e il sistematico rifiuto delle regolamentazioni statali (insieme a una visione del successo come concentrazione estrema di denaro, potere e influenza e la convinzione che l’imprenditore visionario debba poter agire senza vincoli) danno corpo a ciò che Evgeny Morozov (2014) ha definito “soluzionismo tecnologico”: l’idea secondo cui problemi politici, sociali ed economici possano — e debbano — essere affrontati come sfide tecniche, riducibili a logiche di efficienza, calcolo e innovazione. Un’idea perfettamente riconducibile agli esponenti del lungoterminismo e a chi lo sostiene.
A questo punto, resta da capire quanto questa corrente rappresenti un rischio ideologico e, soprattutto, politico. Il lungoterminismo è sostenuto da un’élite dotata di elevate capacità e disponibilità, nonché di quella che gli stessi esponenti definiscono “empatia transgenerazionale”. Pertanto, il movimento appare necessario e benevolo.
Come osserva il filosofo Emile P. Torres in una serie di articoli critici pubblicati su Aeon, Salon e Current Affairs, però, questo sistema di pensiero può rivelarsi tutt’altro che neutro o innocuo. Torres critica in particolare la tendenza del lungoterminismo a privilegiare il concetto astratto di “potenziale dell’umanità” rispetto ai bisogni concreti e attuali degli individui. Questa visione, basata su un calcolo utilitarista radicale, rischia di giustificare l’adozione di politiche che sacrificano diritti e vite presenti nel nome di un futuro ipotetico e indefinito.
Un altro aspetto problematico riguarda la gestione delle priorità: se il valore morale si misura sulla base della quantità di felicità e ricchezza potenziale nel futuro, allora i fenomeni devastanti, ma non esistenzialmente distruttivi — come guerre, pandemie o disuguaglianze globali — rischiano di essere considerati “danni collaterali” minori rispetto a eventuali rischi per l’intero potenziale umano.
In sintesi, questo approccio comporta un rischio concreto di legittimare disuguaglianze e politiche elitarie, soprattutto se le argomentazioni lungoterministe raggiungono i vertici di potere servendosi di donazioni e collaborazioni. Credere che possiamo agire senza vincoli salvaguardando più il futuro che il presente non può rientrare nelle logiche politiche.
Quando una parte dell’élite miliardaria adotta una visione soluzionista di questo tipo, un movimento apparentemente innocuo rischia di trasformarsi in uno strumento che antepone scenari futuri ipotetici alle ingiustizie concrete del presente.


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