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Scissione: come il progresso ci ha resi responsabili della nostra stessa sorveglianza

E se avessimo venduto la nostra libertà di scelta solamente firmando un contratto (virtuale)?

Ogni volta che accettiamo i termini e le condizioni dei siti web è come se salissimo sull’ascensore della Lumon di Scissione, la serie TV di Dan Erickson: varchiamo una soglia, oltre la quale iniziamo a servire un padrone che non vediamo. Tuttavia, se nella serie è necessaria un’operazione chirurgica per scindere la memoria dei dipendenti, nella realtà è sufficiente un algoritmo per creare il nostro “innie” (nella serie si tratta della versione "interna" della personalità di una persona che si è sottoposta alla procedura di scissione cerebrale Lumon, ed essa esiste solo nel contesto lavorativo). Come teorizzato da Shoshana Zuboff ne’ Il Capitalismo della Sorveglianza (2018), le multinazionali - attraverso l’acquisizione e la vendita dei nostri metadati - creano una versione di noi che va oltre il nostro libero arbitrio. Non solo prevedere, ma persino decidere che cosa faremo. Mark S., insieme agli altri protagonisti del dipartimento del Macrodata Refinement, si trova a lavorare con dei “numeri spaventosi” che, incomprensibili, vanno smistati, soppesati con attenzione, uno alla volta. Quei numeri risultano “spaventosi” perché sono dati sensibili, i tratti della nostra stessa personalità che vengono smembrati in cambio di un ritorno economico. Attraverso ogni nostra azione compiuta su un dispositivo (che va da una ricerca su Google alla quantità di tempo che passiamo a interagire con un post su Instagram) diamo informazioni di noi, sui nostri gusti, le nostre idee, le nostre simpatie e affinità. È proprio tramite queste interazioni che i governi e le Big Tech - espressioni macrocosmiche dei direttori di dipartimento Mr. Milchick e Harmony Cobel - riescono a farci fare i loro interessi che, spesso (e quasi mai), coincidono con i nostri.

Ma perché, allora, se siamo anche minimamente consapevoli di tutto ciò, decidiamo di accettare la sorveglianza costante da parte di un Panopticon invisibile?

Le risposte principali sono due: da una parte per via della scarsa alfabetizzazione digitale; dall’altra, semplicemente, per comodità. Quest’ultimo è il dato più difficile da accettare, nonché il più paradossale. Noi fruitori siamo contemporaneamente Mark e Milchick, vittime e carnefici della nostra sovranità identitaria, e accettiamo volontariamente di porla in secondo piano rispetto al benessere immediato. Viviamo in un mondo disilluso rispetto alle promesse di benessere che il capitalismo statunitense aveva garantito ma, nonostante ciò, il comfort borghese che ne deriva è difficile da abbandonare. Diventa quasi impensabile una vita senza gratificazione istantanea, fatta di scariche dopaminiche fini a loro stesse (come i “Waffle Party”) e semplificazione dei compiti quotidiani.

Come Mark accettiamo il compromesso, la risoluzione di problemi attraverso delle scorciatoie che ci causano solo più guai. Perciò, all’oscuro delle conseguenze, acconsentiamo alla scannerizzazione dei nostri volti, alla schedulazione delle nostre abitudini e alla vendita di informazioni ad aziende americane. Quest’ultime, nel migliore dei casi, ci offrono prodotti che potremmo essere intenzionati a comprare; nel peggiore, invece, addestrano i droni bellici al riconoscimento dei bersagli umani. In un certo senso, venir messi faccia a faccia con questa realtà dalla “Marx dei nostri tempi” è un po’ la nostra “Break Room” (stavolta per il nostro bene). Questo confronto ci spezza, ma, allo stesso tempo, ci fa rinascere con una nuova consapevolezza. La stessa consapevolezza che già dovremmo avere dalle notizie quotidiane: scandali informatici, violazioni della privacy da parte di aziende come Meta (alla quale affidiamo gran parte della nostra vita!) e i processi contro Mark Zuckerberg agiscono su di noi allo stesso modo della co-protagonista Helly R. Helly tenta in tutti i modi di mandare un segnale di pericolo concreto alla sua “outie”, la versione esterna di sé, senza mai riuscirci completamente perché semplicemente ignorata.

I nostri esterni, dunque, scelgono quotidianamente di timbrare metaforicamente il cartellino alla Lumon, alimentando questo serpente che si mangia la coda in un circolo vizioso senza fine. I social, i motori di ricerca e le app di intelligenza artificiale diventano i nostri corridoi bianchi tutti uguali, tutti controllati incessantemente da un tiranno senza volto che sceglie per noi cosa dobbiamo vedere oggi, con cosa sentirci in empatia e che cosa andare a votare domani. Nonostante questo non venga percepito come pericolo, la democrazia occidentale è, in realtà, sempre più vicina a un’oligarchia delle multinazionali , in cui l’individuo fatica a far emergere la sua vera voce e in cui gli “outie” cedono il passo ai nostri “innie”, non più limitati al tempo passato, all’interno della Lumon digitale. Sebbene nella serie la reintegrazione delle due coscienze appaia possibile, nella realtà richiederebbe l’omicidio della nostra identità digitale.

Siamo davvero disposti a sacrificare una parte di noi in cambio di maggiore libertà? Tornare al prima dell’assunzione nella Lumon, nel 2026 sembra un miraggio e forse qualcosa di irrealizzabile. La sola consapevolezza - insieme a un pizzico di accortezza in più - può bastare a scagionarci o è necessaria una rivoluzione radicale? Sta a noi scegliere quanto vale la nostra libertà.

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