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Dino, Leopardi e l'abisso della noia

“Non riesco a toccare le cose. Sono lì, davanti a me, eppure mi restano sempre al di là, come se una pelle invisibile le separasse da me. Oggetti, volti, sentimenti: tutto appare distante, inerte. La mia vita scorre come un catalogo di tentativi abortiti. Per questo dico che la noia non è altro che un difetto di realtà.” Così potrebbe scrivere Dino, il protagonista de La noia. In lui, la noia non è languore né pigrizia: è la sostanza stessa della sua esistenza. L’arte non apre spazi, diventa tela muta; l’amore non consola, si trasforma in ossessione. La sua condizione riflette un tratto tipicamente esistenzialista: l’uomo alienato che si muove in un mondo che non riconosce come proprio, intrappolato in una realtà che resta irrimediabilmente altra. Eppure, Leopardi osserva lo stesso sentimento e ne coglie un volto opposto. Nello Zibaldone di pensieri, nelle annotazioni del 1820, egli scrive: «La noia è in certo modo il più sublime dei sentimenti umani. Non v’è che l’uomo capace di noia». In queste riflessioni, la noia cessa di essere una semplice mancanza o un vuoto dell’animo e si rivela invece come una condizione profondamente umana, nata dall’infinito desiderio di felicità che abita l’uomo e che nessun piacere terreno riesce a colmare. Essa diventa così il segno della distanza insanabile tra l’aspirazione all’infinito e i limiti della realtà, testimonianza insieme della grandezza dell’uomo, capace di concepire l’assoluto, e della sua condanna all’infelicità, poiché costretto a misurarsi con l’insufficienza di ogni esperienza finita.Dove Dino percepisce soltanto impotenza, Leopardi scorge grandezza: ciò che per l’uno è chiusura, per l’altro è vertigine. Avrebbe pensato Dino: “Che sublime? Io non sento alcun infinito, soltanto il vuoto che mi divora.”E qui si apre il nodo: la noia è forse il sentimento più bifronte che conosciamo. In Moravia è paralisi; in Leopardi, apertura. Due risposte inconciliabili allo stesso abisso. Allora la domanda non è se la noia sia male o grandezza, difetto o vertigine: la domanda vera è che cosa facciamo noi, oggi, di quel vuoto che ci attraversa. Lo lasciamo inaridire, come Dino, o lo trasformiamo in spazio di possibilità, come Leopardi?


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