Everybody Scream: breve storia dell’urlo femminile nel cinema horror
L’urlo negli horror ha da sempre significato una cosa: paura. Un elemento così essenziale da essere presente fin dal periodo del muto, rappresentato da un’espressione di puro orrore, dalle pupille dilatate e da una bocca spalancata. Fin dagli albori del cinema, per via di bias culturali difficili da superare, la paura viene associata più ai personaggi femminili. Passive, spaventate, paralizzate dalla paura, sono così le protagoniste più iconiche del cinema horror. L’esempio perfetto ci viene dato da Psycho, dal famoso omicidio nella doccia e dell’urlo di Janet Leigh, una scena che sopravvive nell’immaginario collettivo ancora oggi. Un urlo così potente e impossibile da dimenticare da essere considerato l’antenato di un vero e proprio fenomeno, quello delle scream queens. Attrici il cui talento è quello di lanciare acuti tonanti, perforanti, terrorizzati. Una recitazione che si basa sul mostrare di essere non solo spaventata, ma paralizzata dall’orrore. Questo almeno, fino a qualche anno fa.
Halloween di Carpenter del 1978 sancisce l’inizio di un vero e proprio sottogenere, quello degli slasher movie. Filone che vale la pena analizzare non solo perché quasi tutte le scream queens hanno recitato in tali film, ma soprattutto per l’ambiente socio-politico in cui sono nati e per i messaggi che hanno veicolato alle giovani spettatrici dell’epoca. Nati in un momento di fervore e cambiamento politico negli Stati Uniti, i primi slasher movie strizzano l’occhio alla classe sociale conservatrice ancorata ad un’idea di donna stereotipata. Fondamentale negli slasher è la figura della final girl, l’eroina, colei che sopravvive mentre tutti gli altri attorno a lei soccombono. Le final girl degli anni Ottanta hanno caratteristiche ben precise: spaventate, urlanti, ma diverse da tutte le altre. Mentre gli altri personaggi femminili vengono uccisi per i loro comportamenti considerati non idonei dalla società - soprattutto il sesso pre matrimoniale, ogni personaggio che fa sesso viene immediatamente punito - le final girl si salvano non grazie alle proprie abilità, ma perché rappresentano valori conservatori. Non fumano, non si drogano, non sono interessate ai ragazzi, studiano e lavorano, danno retta agli adulti (il gruppo protagonista degli slasher è quasi sempre composto da adolescenti, altra peculiarità del sottogenere), le final girl degli anni Ottanta incarnano la ragazza ideale secondo una visione patriarcale, la stessa che domina la politica statunitense di quel periodo.
La passività che le ha caratterizzate viene meno già dagli anni Novanta, ma è con il cambiamento che l’horror sta attraversando negli ultimi anni che le carte in tavola si sono ribaltate. Se prima l’urlo aveva il solo significato di descrivere la paura, oggi ha preso nuove connotazioni. Parla di lutto, di dolore, ma soprattutto di rabbia. L’urlo è cambiato assieme alle protagoniste. Non più terrorizzate, immobili, salvate perché corrono e si nascondono, ma piene di rabbia. Il caso più emblematico è dato dai ruoli di Mia Goth, una delle poche scream queens ancora sulla scena. I film horror in cui ha ricoperto i ruoli da protagonista rappresentano bene il cambiamento. In special modo in Pearl, dove Goth interpreta una giovane ragazza confinata nella fattoria di famiglia con la sua severa madre e il padre malato, ad aspettare che il marito torni dalla guerra - siamo nel 1918 - per poter tornare anche lei a casa, essendo poco consono per una donna vivere da sola. Pearl ha molto a che spartire con i film slasher, ma i significati sono completamente ribaltati. Non è lei che viene punita perché non tiene a bada il proprio desiderio sessuale, è lei a punire chi cerca di ingabbiarla, di imprigionarla nel ruolo che le è stato imposto. Non è lei ad essere punita per i suoi comportamenti, lei è l’angelo della morte che punisce chi ostacola le sue ambizioni. La prima metà del film è, non a caso, un ribaltamento della struttura standard degli slasher movie: la prima vittima di Pearl non è la madre abusante o il padre la cui immobilità fisica si traduce in passività (qui affidata ad un personaggio maschile), ma l’uomo che non vuole intraprendere una relazione con lei. La morte come punizione ha colpito lui dopo che i due hanno avuto un rapporto sessuale clandestino.
In Midsommar troviamo qualcosa di molto simile. Dani va con il suo fidanzato, Christian, e alcuni amici di lui in Svezia per celebrare il solstizio d’estate. Noi siamo subito informati che Christian è una persona tossica ed egoista, Dani al contrario lo scoprirà durante quel viaggio. La consapevolezza, l’illuminazione a cui Dani è portata, non è la destinazione finale, lo è la vendetta. In questo caso, l’urlo di Dani - dopo che vede Christian avere un rapporto con un’altra - è catartico, sancisce un passaggio. Conscia di essere stata tradita, ora consapevole della dinamica di potere di cui era vittima, Dani non ci pensa due volte prima di vendicarsi. Proclamata la Regina di Maggio può scegliere l’ultima persona da sacrificare in occasione del solstizio e la sua scelta ricade proprio su Christian. Un ultimo ribaltamento pregno di simboli visivi: lei estatica nel suo ruolo di potere, lui paralizzato all’interno della carcassa di un orso.
In Hereditary - film del 2018 firmato sempre da Ari Aster, regista anche di Midsommar - la matriarca della famiglia Graham è l’emblema di come le protagoniste del cinema horror siano cambiate. Toni Collette interpreta una madre in lutto che rifiuta il ruolo della maternità come viene descritto dalla società. Anne Graham è una donna in lutto che lotta contro la consapevolezza di non essere la madre perfetta, i sensi di colpa per non essere in grado di proteggere la sua famiglia e un trauma generazionale con cui convive da anni. Nella scena più iconica del film, Anne riversa addosso a suo figlio tutta la sua frustrazione e il suo dolore. Le sue sono urla di rabbia, di dolore, esprimono lutto non paura. Il suo è un terrore più ancestrale, abietto.
L’horror sta riscrivendo i personaggi femminili dando loro una dignità che sembrava essere perduta. E al pubblico piace perché parla davvero di noi. Se fino a qualche decennio fa le spettatrici si sedevano su una poltrona del cinema e vedevano le loro simili essere stuprate, mutilate, torturate e uccise in quella che è una pornografia del dolore in tutto e per tutto; ora vanno al cinema per vedere delle eroine la cui rabbia è il loro tratto distintivo, la scintilla che le salva e le fa guarire.


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