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Hitler era uno sfigato qualunque

25 set
Tempo di lettura: 4 min

Una conclusione a cui non avevo mai pensato di arrivare e che invece mi ha investita assistendo allo spettacolo di Stefano Massini, Mein Kampf: da Adolf Hitler (2024) è che, alla fine dei conti, Adolf Hitler era uno sfigato. Ne abbiamo tutti l’immagine, attenzione, come è opportuno che sia, di un mostro, di un pluriomicida, di uno che un giorno ha deciso che milioni di persone non avevano il diritto alla vita. Fino a questo punto è tutto condivisibile e storicamente accertato. Quello che potremmo non sapere o che abbiamo dato per scontato è che quel mostro era un uomo come un altro.

Hannah Arendt parlava di “banalità del male” osservando il processo ad Adolf Eichmann, uno dei principali organizzatori della deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. Eichmann non si presentò come un fanatico sanguinario, ma come un diligente funzionario di Stato: sostenne di aver “semplicemente eseguito gli ordini”, trasformando lo sterminio in una questione amministrativa e burocratica. È questa la tesi di Arendt: il male non si manifesta sempre con sembianze mostruose, ma può assumere il volto ordinario (e ancora più inquietante) di chi rinuncia a pensare criticamente e riduce le proprie azioni a un dovere da svolgere.

Anni di ricerca e scrittura, notomizzando parola per parola del testo originario Mein Kampf (La mia Battaglia) pubblicato nel 1924, hanno restituito un’indagine spietata e lucida sul potere delle parole e sul linguaggio totalitario. Nel testo teatrale (72 pp.) di Massini, costruito a partire da un insieme di discorsi e dichiarazioni che Hitler pronunciò nel corso della sua vita, molti dei quali mentre era nel carcere di Landsberg am Lech, veniamo avvicinati ad un bambino lamentoso, che prova a vivere di pittura fallendo miseramente, un inetto che fa fatica a trovare uno scopo, un’ambizione, ma soprattutto, ad uno sfigato che passa spesso inosservato e fatica a parlare in pubblico. Un antefatto che appare quasi paradossale se confrontato con ciò che diventerà in seguito.

Nel suo processo ermeneutico, Massini riporta tutto il terrore delirante di Hitler verso una presunta mediocrità che non può e non deve riguardarlo: “Se è vero che gli esseri umani temono la rovina, la disfatta, il fallimento, io viceversa sopra ogni altra cosa temo la nullità, la trasparenza, l’irrilevanza. Nella mia battaglia non v’è catastrofe se non l’irrilevanza.” (Massini, p. L’ossessione di Hitler si sfoga in una presa in giro nei confronti di quella che dovrebbe essere la “razza ariana”, e quindi superiore, che si è lasciata abbattere da chi non era considerevole di farne parte. Ed è esattamente da questi primi pensieri di scherno e scontentezza che nascono il suo ripudio e il suo senso di rivendicazione. Ma è evidente che è ciò che vi è alla base è quel sentimento comune che lega ogni essere umano: la perenne insoddisfazione di ciò che siamo e l’irrefrenabile bisogno di diventare qualcuno. Leggere la figura del dittatore come una creatura mostruosa e disumana ci porta lontani dalla realtà. Non è di alienazione che abbiamo bisogno ma di concretezza. Non è dei mostri che dobbiamo avere paura, ma della cattiveria puramente e naturalmente umana.

Il cambio di direzione nell’animo inquieto e moccioso del führer, avviene in un momento preciso: Hitler va ad un primo incontro con il partito politico dei lavoratori, riesce a condividere alcune idee, ed eccezionalmente ottiene una reazione di grande appoggio. Le volte successive questa sua capacità di accogliere consenso arriva ad un’apoteosi che racchiude il suo piacere nel culto dell’io e quello dell’esaltazione della massa. E quanto di attuale potremmo ritrovare in questo meccanismo? Quello della Germania della prima metà del 900’ era un popolo scontento, affamato, e le deliranti accuse di Hitler nei confronti di quelli che erano solo capri espiatori, sono diventate il loro pane. Massini nel suo lavoro ci restituisce un instancabile furia di disprezzo e malcontento, accompagnati da un’ambigua sensibilità e incapacità di stare al mondo. Per molti anni il suo scritto originale è stato censurato o reso difficilmente accessibile in diversi Paesi, nella convinzione che sottrarlo alla circolazione fosse il modo migliore per impedirne la diffusione ideologica. Eppure Massini dimostra come leggere e comprendere quelle parole, se inserite in un contesto critico e storico, sia molto più utile che ignorarle. L’autore stesso riferendosi al Mein Kampf dichiara: “quelle pagine sono diventate uno dei simboli del male assoluto, e come tali sottoposte all’anatema laico che ne ha fatto un libro proibito. Ma questo cono d’ombra, figlio di una freudiana rimozione, ha contribuito ad accrescerne la mitologia fino a quando, nel 2016, la Germania ha deciso di consentirne nuovamente la distribuzione in libreria proprio per smontarne la leggenda e percepirne gli echi nel presente, con la consapevolezza che niente può distruggere l’orrore più del senso critico, e dunque la riconversione del mostro nei perimetri della realtà.”

Solo (ri)conoscendo il linguaggio d’odio, i suoi meccanismi e la sua capacità di sedurre una parte della società è possibile riconoscerlo quando riemerge sotto altre forme. Nascondere quelle pagine rischia di trasformare Hitler in un mostro astratto; affrontarle, invece, significa capire come il male possa nascere da argomentazioni apparentemente ordinarie, da frustrazioni personali e da un uso sapiente della retorica. Un testo di questo tipo riconduce quello che spesso viene quasi ricordato come se fosse il mito del male incapace di ripetersi, ad una dimensione dannatamente realistica, nei suoi tratti più banali, che se accolti da una folla che ricerca solo rabbia e carisma diventano l’orrore che tutti conosciamo.

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