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Il caso di Christa Pike: quello che la letteratura ci racconta sulla condanna a morte

16 ott
Tempo di lettura: 4 min

Troppo spesso ritorna nel dibattito pubblico la pena di morte: invocata a gran voce dalla folla sui social ogni qualvolta si presenta un macabro caso di cronaca nera, questa soluzione non ha mai prodotto i risultati promessi durante le recite propagandistiche perpetrate nei secoli. Fintanto chesi tratta di indignazione estemporanea derivante da un gesto aberrante si può (con qualche sforzo) chiudere un occhio: il problema reale si crea nel momento in cui nazioni autoproclamatesi guardiane della tolleranza e della civiltà scelgono e impongono la morte di un essere umano.

Con la falsa promessa di risolvere la criminalità, le esecuzioni — siano esse pubbliche o celate dietro le mura di un carcere, ma comunque spettacolarizzate dal “tribunale” del web — non sono mai riuscite a disincentivare i reati. Lo dimostrò Albert Camus con lucida logica: sel'intento dello Stato fosse realmente quello di dare un avvertimento dissuasivo, le esecuzioni avverrebbero in pubblica piazza. Il fatto stesso di nasconderle alla visione collettiva tradisce un senso di vergogna e di occulta consapevolezza da parte delle istituzioni.

Tornando a noi: Christa Pike è, attualmente, l’unica donna nel Tennessee in attesa diessere giustiziata. Pike, cinquant’anni, venne carcerata quando aveva diciotto anni per l’omicidio di una sua compagna di classe. Questo gesto estremo viene in parte compreso se si analizza il contesto in cui la donna venne cresciuta: abusi fisici, psicologici e sessuali dagli stessi famigliari e da sconosciuti durante tutta l’infanzia, maltrattamenti continui e una vita di sottomissione fra le mura domestiche. Pur senza assoluzione dal reato, questi eventi, uniti ai rilevamenti di medici e psicologi (tra cui un trauma avvenuto durante lo sviluppo della corteccia prefrontale) e alla totale assenza di tutela che le istituzioni dovrebbero esercitare sui cittadini – specialmente se minorenni – hanno spinto Christa a metabolizzare il linguaggio della violenza come unico mezzo di espressione.

Fu ancora Camus a sottolineare l'incoerenza di uno Stato che, dopo aver offerto ai propricittadini soltanto miseria e abbandono, pretende poi di rivalersi su di essi con una violenza legale ancor più premeditata del delitto stesso. Le riflessioni del francese hanno radici ancora più profonde: la rete dei grandi pensatori occidentali attorno a questo tema nasce con Cesare Beccaria (Dei delitti e delle pene, 1764), da cui – spostando l’asse della discussioneverso Oriente – Dostoevskij prese spunto per Delitto e castigo (1866) e, più rilevante per il nostro caso, L’Idiota (1868). Il protagonista di quest’ultimo romanzo, il principe Lev Nikolàevič Myškin, intrattiene un discorso proprio sull’inutile brutalità della condanna a morte (soprattutto se in un paese civile come la Francia del XIX secolo): in quel caso sono sempre quelle istituzioni che, noncuranti delle condizioni di vita dei delinquenti, scelgono di sostituirsi al tribunale divino (in riferimento alla sensibilità dell’epoca) e di esprimere una vergognosa condanna decantatacome indolore, ma che non tiene conto della sofferenza psicologica.

In sintonia con le future analisi di Michel Foucault, Dostoevskij etichetta la condanna a morte come una mera strategia di controllo: il colpevole, prima oggettificato attraverso un’incarcerazione che può durare mesi o anni, è consapevole sin dall’inizio che il suo tempo staper scadere. Conosce il momento preciso in cui ciò avverrà, ed è proprio questofattore ad aver aggravato le condanne definitive rispetto al passato: lo Stato,infatti, è cosciente dell’attesa come strumento di tortura e non hapaura di manipolarla per mettere in ginocchio i condannati. Così come Myškin spiega,la certezza matematica della propria scadenza è tra le cose peggiori chepossano capitare a un essere vivente, poiché questa induce ad aggrapparsi adogni secondo con ansia e terrore, per paura che possa essere l’ultimo.

Tuttavia, come osservato da George Orwell durante il suo servizio in Birmania (A Hanging, 1931), l’attaccamento alla vita persiste inesorabile, a discapito dei tentativi del potere di annientare la vitalità dei prigionieri. Ad esempio, l’autore osservò un condannato schivare unapozzanghera mentre veniva portato al patibolo. Questo gesto apparentementeinsignificante era in realtà ricchissimo dal punto di vista umano: l’istinto dinon bagnarsi del prigioniero rivela come, fino all’ultimo istante, la vita tenda alla propria conservazione nonostante i meccanismi disumanizzanti della macchina statale.

Dunque, tornando a Pike, la sintesi di quanto detto dispone da un lato una donna traumatizzata, abbandonata e violentata (a cui si aggiungono gli evidenti problemi mentali) che ha commesso un omicidio non sapendo attraverso quale altro canale sfogare la propria rabbia; dall’altro,invece, la gelida premeditazione delle istituzioni, già colpevoli di aver lasciato una bambina vivere in quel degrado senza alcun sostegno, che – dopo una vita passata in prigione – hanno fissato per il settembre 2026 la sua esecuzione. Gli abusi, ripetiamo, non giustificano l’uccisione di unaragazza, ma ci costringono a riflettere sul contesto e il passato di Christa e, allo stesso tempo, sulle mancanze della politica che promette di proteggerci ma che interviene soltanto quando è troppo tardi.

Christa Pike sta scontando la sua pena da trent'anni.È davvero giusto, quindi, scegliere dall'alto quando la sua vita debba avere fine? Dalle polemiche e dalle contestazioni è emersa una raccolta firme (Amnesty International) per provare a far sentire la voce delle persone contrarie provenienti da tutto il mondo e cercare di far commutare la pena di morte in una sentenza alternativa, data la presenza di evidenti attenuanti. UnoStato forte non dovrebbe alzare la voce contro chi sbaglia, ma dimostrare la propria efficacia attraverso la prevenzione e la tutela. Nel 2026, forse, sarebbe il momento di mettere da parte una pratica che già nel XVIII secolo era vista come barbarie e ascoltare la volontà del popolo, che chiede una giustizia ponderata ed equa per tutti.

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