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Identità tra le pagine: come il bibliofilo rivoluziona il sentimento di appartenenza

23 set
Tempo di lettura: 6 min
Oh, vecchi libri, voi siete l’ultima passione dell’essere intelligente: il cuore che ha cessato di battere per tutti gli amori ritrova per voi ancora un battito, ed il fuoco sacro della bibliomania non può morire che con la sola morte.

Questo scrisse Paul Lacroix – tradizionalmente firmato P. L. Jacob bibliophile – nel 1840, nell’opera “Les amateurs de vieux livres”. Così, dalla penna di un bibliofilo stesso, ecco uno spiraglio dal quale ammirare la potenza di un libro sui suoi amanti.Difficili da studiare dall’esterno; i personaggi assuefatti dalla pagina scritta si nascondono, poiché, a differenza dei tifosi o degli appassionati di giardinaggio, nessun membro di questa specie nutre il minimo interesse nello sbandierare né la propria natura, né, tantomeno, le conquiste raggiunte in tal senso – sia l’acquisto di un’edizione cercata in lungo e in largo, o la scoperta inattesa di un volume rivelatosi quello giusto al momento giusto. Simile riluttanza è stata considerata sinonimo di imbarazzo nei confronti della propria condizione. Tuttavia, c’è da chiedersi: cosa rende un tomo polveroso tanto attraente agli occhi del bibliomane? Si tratta davvero di stramberia del soggetto, notoriamente additato come affetto da una patologia, o questa è solo l’ennesima etichetta d’isteria freudiana applicata ad un fenomeno altrimenti incomprensibile?E se quella che viene definita quasi una malattia non fosse che l'espressione, se non addirittura la soluzione, di un incredibile e disperato bisogno di appartenenza?

Ci si immagina tale brama come un desiderio che, ironicamente, non ci può appartenere. Non è un’ambizione, men che meno un vero obbiettivo, ma il sintomo che ci si è persi e non si è più in grado di reggersi sulle proprie gambe. L’uomo realizzato, infatti, è individualista: non ha bisogno di aiuto né di un gruppo cui appoggiarsi; lo rallenterebbero, e oggi questo è inammissibile. Eppure non suona poi così sconosciuto quel brivido che solo la solitudine può lasciare, nemmeno ai presunti uomini di successo che pare abbiano capito tutto. Sembra di essere intrappolati, oggi, in un’unica, continua ed infinita melodia senza né capo né coda. Il silenzio, ormai, è un’anticaglia per la quale non c’è più tempo. Il motivetto si sposta tra slogan – rigorosamente in rima – di “leader” che vorrebbero farsi portavoce di un popolo che non è certo di riconoscerli, ultime tendenze cui partecipare a prescindere dalle proprie preferenze (sempre che queste non siano del tutto sfumate), e l’ultimo orribile riadattamento di un film (neanche così datato, poi) da non potersi assolutamente perdere – pena, l’essere banditi dal fandom. Della riflessione, della ricerca del sé e dell’appartenenza, non resta nulla; la mente non ne ha più le forze. Ma se anche decidessimo, ancora una volta, che non è di simili anacronismi che abbiamo bisogno, come spiegare l’indecifrabile vuoto che ad ogni incontro con amici, ogni nuovo inizio e ogni ritorno a casa ci fa sentire sempre più sradicati, forestieri persino dentro i propri passi?

Nel teatrale impoverimento del senso delle cose, non è semplicemente l’esistenza a non concedersi all’umana comprensione, troppo presa a svolazzare da un aggiornamento all’altro, dimentica di sé; è la sensazione stessa di vivere che sfugge. Dicendola con le parole di Benjamin (1940), potremmo chiamare l’uomo contemporaneo un nuovo “angelo della storia”. Si guarda indietro cercando appigli, frammenti, brandelli di memorie che gli impediscano di tradirsi e gli ricordino chi è. Ma il vento, possente, si è alleato col tempo ed il progresso – suo nuovo padrone – e lo trascina inesorabilmente avanti. Così, questo disperato angelo dei nostri giorni perde tutte le sue piume, derubato di quella lentezza che gli serviva per curarle e per assaporare il proprio vissuto, che ora gli scivola addosso come fosse quello di un altro. Finché, infine, non riuscirà più a volare.È quindi ancora possibile dirci capaci di identificarci? Alla luce di uno scenario politico dominato da improbabili ma popolarissime forze conservatrici, sovraniste e populiste che con ipocriti inni alla Patria riescono con successo a conquistare consensi in un’imbarazzante parodia di incitazioni nazionaliste, se non ideologica (quali possono essere gli ideali di un uomo che ha perso sé stesso?), l’unica fonte di riconoscimento ed identificazione non può che essere esistenziale. Agitando i megafoni in aria come spade, la retorica populista si posa su una ferita scoperta, quella segnata da sentimenti di ansia, sconfitta e isolamento, come una benda calda, anzi una promessa: finché ci sarà lei, tutto andrà bene, si è finalmente al sicuro, tra le braccia di una madre. Ma nessuna madre ruota la testa a convenienza, come un girasole in cerca di luce dorata (o cifre a sei zeri). Dunque rieccolo, quest’uomo perduto, il cui abisso di solitudine non può che ingrossarsi: se anche la politica gli ha voltato le spalle, come ritroverà le proprie piume?

A simili quesiti, il bibliofilo risponde che casa è ovunque si trovi un libro: un piccolo blocco di carta rilegata capace di far sentire un animo finalmente in pace. Sì, perché dentro quei ridicoli ed ingialliti mattoni si nasconde la magia del vivere, che all’universo piace beffardamente renderci inaccessibile, di tanto in tanto. Lì si ritrova l’emozione, la passione, la tragedia, ed anche il più segreto ed oscuro pensiero che si era rilegato, anni fa, in un cassettino nei recessi più profondi delle proprie memorie. Un libro appartiene tanto alla penna di chi lo scrive quanto al lettore che lo custodisce. Ciò dimostra l’idea di una “giusta” interpretazione di un testo fondamentalmente fallimentare: il compito di quest’ultimo è di permettere che ciò che di un uomo è stato dimenticato possa essere ricordato. Alle pagine l’amante si abbandona; fugge sì, ma in nome della disperata ricerca di dettagli, tra le storie di altri che ora sono anche sue, con i quali ricostruire sé stesso, come un collage. Pertanto, per chiunque si prenda la briga di accoglierla, la parola scritta racchiusa in un tenero involucro di pelle permette la ricongiunzione con quell’unica cosa che renda davvero umani, alla quale non si può che appartenere: il proprio pensiero. Se oggi dell’ideologia si è stati svuotati, e la politica non può che tradire, il libro non lo farà mai, perché la promessa di amicizia che si stringe al primo incontro tra la carta e la punta delle dita è sigillata tra le pieghe del reale fino alla morte e oltre.E i bibliofili tutto questo lo sanno, è un segreto che custodiscono con gelosia, con la dedizione con cui si protegge il proprio centro di matrioska dai mali del mondo (non me ne vogliano, infatti, per averlo rivelato così platealmente). Tutti gli altri, inconsapevoli di simili meraviglie, si limitano a osservarli, lì, immersi nel loro mondo, domandandosi come riescano a trovare il loro equilibrio tra un insieme confuso di volumi, le storie che tessono, le parole che riuniscono e le immagini che creano.

Non ci sorprenderà quindi apprendere degli episodi di pura felicità bibliomane riportati dal saggista Antonio Castronuovo nel suo “Dizionario del bibliomane” (Sellerio 2021): una molteplicità di storie, aneddoti e racconti di chi dei libri fa questione identitaria, a dimostrazione che senza non saprebbe tirare avanti.

Pochi eventi sarebbero in grado di risollevare uno spirito quanto la vista di bancarelle agli occhi di un bouquineur – in italiano “bancarellista”, cioè celui qui bouquine e vagabonda per le bancarelle. È questo il caso di Antoine-Henri Boulard (1754-1825), notaio che solo un simile balsamo riuscì a salvare da una terribile febbre insorta dopo un mese di lontananza dall’affascinante carta vecchia. Roba da non crederci, eppure inevitabile: una volta innamoratisi della pagina scritta, non c’è cura. In fondo, perché dovrebbe essercene? Se lo si chiede al bibliofilo, l’esperienza sensoriale e spirituale indotta dai tomi polverosi è l’unico modo per ritrovare il silenzio, la pace, ed il sussurro della coscienza che si ricorda della propria identità.Sarebbe poi da esplorare la meraviglia provata dai devoti alla biblosmìa, ovvero la tendenza ad annusare il buon odore dell’inchiostro appena stampato, o quello rilasciato dalla cellulosa degradata dal tempo. Sono diverse le fonti che raccontano di ritrovare solo in un libro l’inimitabile “odore di casa”, come se le pagine riuscissero a conservarlo immuni dallo scorrere del tempo. Tant’è vero che è possibile distinguere un sottogruppo della specie bibliomane che nutre un debole per gli aromi dei libri custoditi tra le mura di biblioteche: ne ricercano di risalenti a un determinato periodo, di cui sono nostalgici o semplicemente attratti, e testimoniano, convinti, che il contatto con volumi conservati per anni nello stesso luogo è equiparabile ad un vero e proprio viaggio nel tempo. O, ancora, si potrebbe entrare nell’ambito delle logiche con cui i libri vengono selezionati (Seguendo l’istinto? Gli umori? Il pregio?), letti (Per anno di pubblicazione? Per autore? Per argomento? Per consonanza di stili di scrittura?) e conservati (Secondo un ordine rigoroso o nel più completo caos? In appositi scaffali o in giro dove c’è posto?). Anche tra queste dinamiche, infatti, si celano delle forme di appartenenza, poiché la personale gerarchizzazione di proprietà e rifiniture rivela le priorità che di un individuo determinano le scelte, nel corso della sua vita.

Onde evitare il mio assassinio da parte del genere bibliomane, però, mi asterrò dallo spifferare oltre, e mi limiterò ad un’ultima osservazione. La fame del Lettore, dettata da un’insaziabile curiosità, è ciò che gli permette di stare in vita, ciò che gli restituisce la libertà di volare recuperando, una ad una, le sue piume. In un reale in cui nulla è stabile, e per un corpo destinato a morire lasciandosi tutto alle spalle, l’oggetto dell’incontenibile amore bibliofilo resta l’unico punto fisso, perché anche dall’altra parte del mondo si può sempre essere certi di ritrovare sé stessi tra le pagine di un libro.

 
 
 

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