top of page

We All Play a Part: quando l'informazione tace

50 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Cara informazione, perché non ci ascolti più, perché non parli più di noi? Arrivata la fine di ottobre c’è chi si prepara per Halloween sperando di superarsi, ancora un’altra volta, con la realizzazione del costume perfetto; chi aspetta il Giorno dei Morti per ricordare chi non c’è più; e chi, infine, è già proiettato verso Natale. Insomma, con l’avvicinarsi della fine dell’anno, la pesantezza accumulata nel corso dei mesi reclama una valvola di sfogo: dei festeggiamenti per poter finalmente prendere respiro. Ma quest’anno non ci sono altre rivendicazioni se non quella della dignità di cittadini che non si sentono più ascoltati. Si leva dalle piazze di tutto il mondo, dalla Spagna alla Francia, passando per il Portogallo, il Belgio, l’Irlanda, la Serbia, l’Albania, l’Italia e la Grecia, fino all’India e al Sud America: il grido degli studenti e dei lavoratori che chiedono indietro il futuro che era stato loro promesso, e la voce che è stata loro sottratta, offuscata dalla nebbia impietosa del silenzio dei media e dei cosiddetti “rappresentanti” al governo. Sono voci diverse, le cui rivendicazioni cambiano da un Paese all’altro: il caro vita, il diritto al lavoro, l’accesso all’istruzione, il finanziamento per la sanità pubblica, la trasparenza democratica. A unirle, però, è la stessa necessità di essere riconosciute, di partecipare alle decisioni che cambieranno il loro futuro e condizionano il loro presente: sono le urla disperate di chi sente di non avere più niente da perdere. Eppure, questo non sembra bastare: la loro presenza nelle piazze e i loro appelli rischiano di diventare irrilevanti dinnanzi a un sistema di informazione che li racconta restituendone un’immagine parziale, modellata sulle proprie convenienze. Una storia può infatti essere silenziata anche tacendone il contesto. Così, una protesta per il diritto allo studio, animata da quella gioventù (assottigliata sempre più dal continuo esodo) che ancora spera di poter costruire il proprio futuro nella propria terra, si trasforma in un’emergenza di sicurezza. Una generazione che chiede ascolto diventa un branco di teppisti che “crescerà e capirà come funziona il mondo” (un sincero ringraziamento all’Onorevole Donzelli per queste parole, rivolte lo scorso 13 ottobre agli studenti che chiedevano un confronto col governo sul carovita universitario). Le manifestazioni pacifiche di agricoltori e camionisti che non riescono più ad arrivare a fine mese vengono liquidate come ennesima lamentela di quel Sud Italia ancora una volta dipinto come bravo solo a mangiare e a schiamazzare – o, peggio, scivola nello stereotipo della criminalità organizzata, come se questa, da sola, bastasse a definire intere regioni e le persone che le abitano. In questi giorni di Settimana Mondiale dell’Alfabetizzazione Mediatica e Informativa, che dal 2021 l’ONU invita i suoi Stati membri a celebrare, non ci si potrebbe sentire più distanti dai media che, anziché far risuonare le nostre voci, preferiscono voltarci le spalle. Ironia della sorte vuole che quest’anno l’evento porti il titolo di “We All Play a Part: Media and Information Literacy for the People”, cioè “Tutti abbiamo una parte da svolgere – Alfabetizzazione Mediatica e Informativa per le Persone”. Di una pertinenza agghiacciante. In effetti, suona quasi sadico invitare alla sensibilizzazione sulla disinformazione mediatica chi proprio da quelle stesse fonti dette attendibili viene sistematicamente tagliato fuori. Non si tratta di un fenomeno nuovo; sono innumerevoli i titoli che, in un modo o nell’altro, hanno rinunciato alla neutralità per favorire una certa chiave di lettura. Ad esempio: “Introverso e con la passione della danza: chi è il 27enne che ha sgozzato Sara?” è ben diverso dal dire “Uccide la compagna: arrestato il ragazzo”. O ancora, scrivere “Marocchino ruba in un negozio: "Ho fame". Ma gli trovano addosso 300 euro” piuttosto che “Ragazzo ruba in un negozio” è una specificazione puramente propagandistica che, più che avere lo scopo di informare, decide deliberatamete di mettere l’accento su quei dettagli che alimentano una precisa narrazione e suggeriscono al lettore una conclusione distorta in nuce. Ancora più grave è la decisione di molti media mainstream di optare per il silenzio; ma per quest’ultimo, va da sé, non ci sono titoli da virgolettare: sono semplicemente le notizie di cui non abbiamo mai letto. Dunque, se ai lettori chiediamo un atto di responsabilità nella scelta dei siti di informazione, una simile richiesta dovrebbe essere rivolta con altrettanta forza anche a chi l’informazione la fa circolare. Il principio vale per tutti: We All Play a Part. Fare informazione significa appunto assumersi la responsabilità di documentare i fatti nella consapevolezza che ogni scelta sulla forma del racconto può cambiarne radicalmente l’essenza. E in un contesto di crescenti politiche di austerità e di popoli privi di rappresentanti che tengano conto delle loro esigenze, se persino chi detiene l’autorità di dar spazio a chi sente di non averne più decide di escluderlo, cosa può mai significare informarsi? Una notizia può essere vera eppure non darci il quadro completo, così come una protesta può essere violenta, ma, allo stesso tempo, nascere da forme di violenza che non stanno venendo chiamate tali: lavorare e restare poveri, morire sul lavoro, scegliere tra il cibo e l’affitto, vivere in una società in cui la dignità è un privilegio, ricevere repressione al posto di risposte. Oggi assistiamo alla continua costrizione dei fatti in schemi prefabbricati, secondo le leggi di una retorica che non cerca né dibattito né controargomentazioni: i giovani compaiono nello spazio pubblico solo come una minaccia, intere regioni del nostro Paese sono rinchiuse nei miti mafiosi, ma a nessun di loro è concesso il diritto di smentire lo stereotipo che li schiaccia. Ogni tentativo è destinato a svanire nel silenzio mediatico. In questo modo, le narrazioni fuorvianti sostituiscono il reale. La verità si perde. Non basta promuovere l’alfabetizzazione mediatica intesa come lista affidabile da consultare. Quando siamo invitati a preoccuparci più del danno causato da un grido di aiuto che del problema che lo scatena, informarsi implica leggere ciò che viene raccontato riconoscendo le scelte che ne manipolano la trama, domandarsi quali voci e quali esperienze vengono silenziate e mettere in discussione i “buoni” e i “cattivi” delineati. Si tratta di un esercizio continuo a decostruire le nostre stesse reazioni di fronte ad una notizia: la rabbia, la rassegnazione, la paura, lo sconforto; nessuna di queste emozioni ci appartiene in senso assoluto, sono in parte guidate dalla penna che confeziona il racconto. Quest’influenza va identificata cosicchè la si possa scindere dal proprio giudizio e, se necessario, spogliarsene. Solo allora il pensiero e l’opinione potranno dirsi davvero liberi, davvero propri. La media literacy è una faccenda di cittadinanza più che una mera competenza digitale. Saper essere critici rende liberi dalla morsa dell’indifferenza e capaci di svelare l’inganno: non esistono fatti solo bianchi o solo neri, ma angolazioni della realtà stratificate e molteplici e prospettive che meritano tutte di essere attenzionate. Una società democratica non si misura unicamente nella libertà dei suoi giornalisti nel pubblicare le notizie, ma anche nella loro capacità di comprendere e accogliere le richieste di ascolto di chi queste notizie le vive. Media Literacy for the People.

 
 
 

Commenti


bottom of page