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Rosalía Vila Tobella e l'inutile arte di dover distinguere l'artista dall'opera

30 set
Tempo di lettura: 6 min

Fernande Olivier fu pittrice e insegnante di francese, oltre che la prima donna a mettere per iscritto, con precisione quasi clinica, cosa significasse vivere accanto a quell'uomo. Lo incontrò a Parigi nel 1904, quando lui aveva ventitré anni e nessuna fama, e per quasi un decennio fu la sua compagna e la sua modella più dipinta. In cambio ottenne gelosia ossessiva e violenza fisica, e quando negli anni Trenta iniziò a scrivere le proprie memorie, lui la fece causare al punto da bloccarne la pubblicazione integrale. Il testo completo vide la luce solo nel 1988, ventidue anni dopo la sua morte.Olga Khokhlova ballò per i Ballets Russes di Sergei Diaghilev, la compagnia che negli anni Dieci stava riscrivendo il linguaggio del balletto europeo. Lo conobbe nel 1917 e l'anno dopo rinunciò alla danza per sposarlo. Ebbero un figlio, ma già nel 1925 lui guardava altrove; quando lei chiese il divorzio, lui rifiutò di dividere i beni, costringendola a restare formalmente sua moglie fino alla morte, nel 1955, dopo anni passati a pedinare lui e le sue amanti in una solitudine totale.Marie-Thérèse Walter aveva diciassette anni e nessuna idea di chi fosse l'uomo quarantacinquenne che la fermò per strada. Gli diede una figlia, Maya, nel 1935, ma non si sposarono mai: lei continuò comunque a sperare in un matrimonio che non arrivò. Si tolse la vita nel 1977, quattro anni dopo di lui.Dora Maar, all'anagrafe Henriette Theodora Marković, era già una fotografa affermata e una delle voci più originali del surrealismo francese quando lo incontrò, nel 1936. Aveva esposto, pubblicato, lavorato al fianco di Man Ray. Fu lui a convincerla, gradualmente, ad abbandonare la fotografia, campo in cui stava avendo pieno successo, per dedicarsi alla pittura, disciplina in cui restò sempre nella sua ombra, e a dipingerla quasi sempre in lacrime. Quando la lasciò per Françoise Gilot, Dora ebbe un crollo nervoso seguito da settimane di elettroshock, e visse i decenni successivi in un ritiro quasi mistico, lontana dalla vita pubblica.Françoise Gilot era già una pittrice indipendente, ventunenne, quando lo incontrò nel 1943. Fu l'unica delle sei ad andarsene con le proprie gambe, nel 1953, portando via i due figli avuti da lui. Scrisse poi un libro sulla loro relazione, "Vivere con Picasso", che raccontava senza filtri gli anni insieme, incluse le infedeltà e gli episodi di violenza domestica; lui tentò per anni di farlo ritirare dal mercato, senza riuscirci. Si sposò altre due volte, la seconda con lo scienziato Jonas Salk, e costruì una carriera pittorica lunga quasi un secolo, riconosciuta dalla critica come autonoma dal suo passato. È morta nel 2023, a centouno anni.Jacqueline Roque non aveva una carriera artistica propria prima di conoscerlo, nel 1953, quando lavorava in un laboratorio di ceramica a Vallauris. Lo sposò nel 1961 e restò con lui fino alla morte, nel 1973, diventando la donna più ritratta della sua intera produzione. Dopo la sua morte ne gestì l'eredità, ma pagò quella dedizione totale con la quasi totale scomparsa della propria identità: si tolse la vita nel 1986.Sei donne, sei percorsi, quasi tutti segnati da un talento riconosciuto prima ancora che lui entrasse nelle loro vite. Eppure sono in pochi, oggi, a saperle elencare a memoria. Il pittore che le ha amate tutte, in tempi diversi, con la stessa combinazione di “genio e violenza”, lo sanno elencare tutti, anche senza aver mai visto un suo quadro dal vivo. Ed è proprio a proposito di lui che, il 3 marzo, nell'ambito della serie "Spotify presenta", Rosalía Vila Tobella ha detto, in una conversazione pubblica con la scrittrice argentina Mariana Enríquez: "Mi piace molto Picasso e non mi ha mai infastidito distinguere l'artista dall'opera. Forse non mi sarebbe piaciuto così tanto per le cose che mi hanno spiegato, ma chissà, magari sì. Non lo so e non mi importa, godo della sua opera".La frase, pronunciata quasi di passaggio all'interno di una conversazione più ampia su arte e ispirazione, ha acceso una polemica immediata non appena è stata isolata dal contesto. Diverse testate, tra cui Rolling Stone e ArtNews, hanno ricostruito nei giorni successivi la biografia dell'uomo di cui Rosalía parlava: un rapporto documentato da decenni di violenza fisica e psicologica nei confronti delle compagne che si sono succedute nella sua vita. Circa una settimana dopo, la cantante è tornata sull'episodio con un video pubblicato su TikTok: "Pensavo che fosse un uomo molto tremendo, il tipico luogo comune che si dice su di lui. Non avevo consapevolezza che ci fossero casi reali di maltrattamento", ha detto, per poi aggiungere una frase che vale la pena isolare dal resto delle sue scuse, perché è più onesta della maggior parte delle dichiarazioni pubbliche a cui siamo abituati: "È importante non parlare di certi argomenti quando non si ha una conoscenza sufficiente".Il problema, in effetti, non è mai stato se si potesse ancora ammirare la sua opera. Il problema è che si può costruire ed esporre, in pubblico, un'opinione su un tema enorme e stratificato senza conoscerne le basi. Non è vero che "non si può più dire nulla": è vero, semmai, il contrario. Si dice tutto, di tutti, troppo in fretta, prima ancora di essersi informati. Ed è questo esatto meccanismo, non la sensibilità di chi si offende, il vero sintomo di una cultura pubblica che ha smesso di distinguere un'opinione da un riflesso condizionato.Resta però, sotto la superficie della polemica, una domanda più difficile: si può davvero separare l'opera dall'uomo che l'ha fatta? Da un punto di vista critico, no, non del tutto. Quello sguardo ossessivo sul corpo femminile che attraversa tutta la sua produzione, quella capacità quasi vorace di scomporre e ricomporre ciò che distruggeva nella vita reale, nascono da un rapporto specifico con donne specifiche, non da un genio calato nel vuoto. Ma è vero anche il contrario, ed è qui che la questione smette di avere una risposta comoda: in molti casi quell'opera è ritenuta grande proprio perché lui era quello che era, pregi e difetti tenuti insieme, non nonostante essi. Non è una contraddizione da sciogliere. È una tensione da tenere a mente ogni volta che si guarda un suo quadro.C'è però un ultimo meccanismo, quasi mai riconosciuto, ed è probabilmente il più grave di tutti. Ogni volta che scoppia una nuova polemica su di lui, come questa, si assiste sempre alla stessa sequenza: prima l'indignazione, poi la difesa d'ufficio, e infine, immancabilmente, il ritorno al talento, con tanto di rassegna della sua produzione, spiegazioni su quando e perché ha dipinto cosa, come se servisse ancora a qualcuno. "Sì, però era un genio": una frase che chiude ogni discussione prima ancora che si sia aperta, perché sposta l'attenzione dal danno fatto a una persona reale al valore astratto di un'opera. Anche chi lo condanna, anche chi ha ragione a farlo, finisce comunque per parlare di lui, della sua tecnica, della sua psicologia, del prezzo che l'arte "richiederebbe", quasi fosse una forza della natura più grande di ogni singola vittima. Nessuno si ferma mai abbastanza a lungo su di loro. Fernande, Olga, Marie-Thérèse, Dora, Françoise, Jacqueline non tornano mai come protagoniste di una storia propria, ma solo come dettagli a supporto della sua: una parentesi biografica, una nota a margine, la controprova della sua genialità o della sua crudeltà, mai un soggetto a sé stante. Così, ogni volta che la polemica Picasso si riapre, come è successo con Rosalía, si finisce sempre per parlare di lui. Mai di loro.Ed è questo, in fondo, il vero problema di questa storia, molto più della singola frase incriminata. Non che qualcuno abbia detto la cosa sbagliata su un uomo “geniale e violento”, ma che, discutendone per giorni, nessuno abbia sentito il bisogno di dire una sola parola in più su di loro. La bellezza, in teoria, non dovrebbe chiedere scusa a nessuno. Eppure io, mentre la guardo, un po' mi sento di farlo. Non per lui, per Fernande, per Olga, per Marie-Thérèse, per Dora, per Françoise, per Jacqueline, private, in gradi diversi, della possibilità di restare se stesse mentre gli stavano accanto, di continuare a essere pittrici, ballerine, fotografe, e non semplicemente "una delle donne di…". Rosalía non deve smettere di ammirare le sue opere, e nemmeno noi. Ma la prossima volta che qualcuno riaprirà questa polemica - e qualcuno la riaprirà - la vera domanda non sarà se lui fosse un genio. Lo sappiamo già, ce lo ripetono da un secolo. La domanda sarà se, questa volta, qualcuno si ricorderà finalmente di dire i loro nomi.


In memoria di Fernande Olivier, Olga Khokhlova, Marie-Thérèse Walter, Dora Maar, Françoise Gilot e Jacqueline Roque.

 
 
 

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