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Non Primitivi, ma Nativi

La colonizzazione è un argomento di cui si conosce poco, oppure nulla, poiché viene confusa con la causa dell’immigrazione; in realtà, la colonizzazione nasce come un progetto di esplorazione dei territori, l’intenzione di creare e diffondere violenza non era contemplata, bensì fu una conseguenza dovuta alla scoperta di nuovi popoli che non si aspettavano di trovare, poiché avevano la convinzione di essere gli unici non conoscendo altre terre se non la loro. Così, i missionari hanno dato vita a quello che chiamarono il ‘’nuovo mondo’’.

Un altro errore abbastanza tipico che si commette quando si parla della colonizzazione, è quello di limitarla alla cosiddetta ‘’Africa nera’’. Il processo che ha creato il mondo odierno viene ridotto al dominio dell’Africa, da qui si parla di immigrazione, ossia si attribuisce alla colonizzazione il motivo per cui sono nati i movimenti migratori verso i paesi più sviluppati, o comunque, non in condizione di grave disagio.

Ciò che, in realtà, ha portato ai flussi migratori e al declino di aree rurali di molti paesi colonizzati, è stato il periodo post-coloniale.

Un caso in particolare di cui si conosce poco è quello dell’Australia. Il dominio del Canada ha portato alla scoperta delle First Nations, le popolazioni indigene del paese.

Il problema odierno è che il termine ‘’indigeno’’ viene spesso confuso con ‘’indiano’’, questo accade perché la scelta linguistica di chiamare queste popolazioni con il nome First Nations, risale solamente agli anni Ottanta, proprio per andare a sostituire il termine primitivo  ‘’bande indiane’’.

Queste popolazioni sono ad oggi presenti in Canada, l’unico stato dichiarato ufficialmente come multiculturale, e in Australia. Tuttavia, nessuno conosce la realtà della situazione australiana nei confronti di queste popolazioni, né le radici del paese. Erroneamente, si pensa che l’Australia non abbia una cultura o una storia.

L’Australia è stata resa un progetto di colonizzazione dal capitano britannico James Cook a fine Settecento, da questo viaggio iniziò il dominio britannico sul territorio. I britannici la chiamarono ‘’Terra di nessuno’’ perché convinti fosse disabitata, così la sfruttarono come colonia di insediamento, ossia una colonia penale per esiliati e detenuti. Il contatto con gli aborigeni avvenne anni dopo, circa venti, perché geograficamente il paese risultava difficile da esplorare in quanto molto grande.

L’insediamento causò la decimazione dei nativi per via di malattie, violenze e sottrazione delle loro terre.

Ad oggi, nessuno o quasi nessuno, sa che in Australia le First Nations lottano ancora per i loro diritti. Internazionalmente, ciò che si sa di questo paese riguarda solamente l’attuale ‘’sogno australiano’’; quindi, il sapere internazionale si limita alle grandi città: Perth, Brisbane, Canberra, Melbourne e Sydney.

Tuttavia, nelle zone rurali risiedono gli indigeni, che non sono dei primitivi, bensì i nativi del posto sopravvissuti al periodo post-coloniale che chiedono di essere rappresentati.

L’unico stato ad aver stabilito un trattato è lo stato del Victoria, il quale riconosce la loro presenza sul territorio da molto prima della colonizzazione, quindi di fatto li riconosce come leciti abitanti del paese.

Un dato ancora più importante è stato riportato da Human Rights Watch, il quale cita: ‘’Nel 2025, l'inchiesta Yoorrook Justice dello stato del Victoria, che è stata la prima inchiesta formale sulla verità condotta dagli indigeni in Australia, ha stabilito che la decimazione dei primi popoli nel Victoria costituiva un genocidio’’.Questo dato afferma che la decimazione della popolazione First Nations è stato riconosciuto ufficialmente nel 2025 come un genocidio in un’udienza guidata, per la prima volta, dagli indigeni.

Il distacco tra i nativi e i non nativi è dato da specifici fattori: precarie condizioni abitative a causa dell’emarginazione nelle zone rurali molto meno sviluppate rispetto alle grandi città, livello di istruzione basso poiché non vi hanno accesso, disoccupazione e, di conseguenza, povertà.

In più, la colonizzazione e l’importazione forzata della cultura e della lingua britanniche, hanno condannato gli indigeni a perdere di generazione in generazione le loro radici, perché fin dalla loro scoperta, i bambini venivano portati via con la forza dalle famiglie affinché potessero farli studiare in delle scuole istituzionali dove non era consentito nient’altro se non il sapere britannico. Questa dinamica avviene tutt’oggi, infatti i dati riportati da Human Rights Watch chiariscono che le famiglie indigene siano dodici volte più soggette alla rimozione della custodia dei propri figli da parte delle autorità, rispetto a quelle non indigene residenti in Australia.

Il tasso di suicidio relativo alla popolazione indigena è due volte più alto rispetto a quello della popolazione non indigena, la detenzione minorile sale al 50%, nonostante i minori di 18 anni rappresentino circa il 6% della popolazione nativa.

Solamente il governo australiano è a conoscenza della grossa discriminazione che subiscono, difatti nel 2008 è nato il progetto Closing the gap, che non li riconosceva come nativi, bensì riconosceva che effettivamente venissero emarginati. Questo progetto è stato riformulato solo nel 2020, quando hanno capito che il bisogno delle popolazioni indigene fosse quello di essere riconosciute come tali e incluse nella vita del paese.

Purtroppo, però, non ha portato a grandi risultati se non nel campo dell’istruzione e della salute, perché il progetto non ha mai guardato alle vere cause del disagio di questi popoli. Si sono, invece, concentrati sull’aspetto economico, tralasciando quello culturale e linguistico che è il punto focale per i nativi.

In generale, si tende a sottovalutare troppo l’importanza della cultura e del sistema linguistico di una popolazione, che sia o non sia nativa. La cultura non è solo sapere, ma agisce nelle pratiche quotidiane, nelle forme mentali delle persone e in ogni minima abitudine.

Anche solo il fatto di immaginare gli indigeni come degli indiani che vivono nelle capanne a punta è sinonimo di ignoranza sistemica, dimostra che la cultura e le radici non devono essere sottovalutate, ma preservate e riconosciute perché determinate da un contesto e da varie congiunture. La cultura non spiega solo come è fatto un popolo, ma come questo nasce e si sviluppa nel corso delle varie generazioni, come può contribuire e quali pratiche sociali hanno portato al loro modo di vivere. Non è un fine, ma un mezzo.

Questo caso afferma quanti filtri ci siano nella diffusione della stampa, soprattutto internazionale, e quanto sia importante avere una lente critica e anche un po’ di curiosità.

Ci sono molte sfaccettature culturali capaci di aprire mente e occhi, perciò non bisogna limitarsi al pensiero comune. Allo stesso modo, bisogna informarsi su chi siano veramente gli indigeni e sul perché chiedono di essere riconosciuti come tali.

Abbandonare e decostruire lo stigma culturale è il primo passo verso un altro nuovo mondo, uno più giusto.

 
 
 

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