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Non scegliere è comunque una scelta

Mariano De Santis, protagonista del film “La Grazia” di Paolo Sorrentino, è un uomo che dovrebbe reggere. È fatto di cemento armato, o almeno dovrebbe esserlo: presidente della Repubblica, garante della fermezza e della stabilità, in un paese che stabile non lo è mai.

Eppure Mariano De Santis è una schiappa.

Lo è nel modo più silenzioso possibile: non sceglie mai davvero per sé stesso, ascolta Guè Pequeno e fuma di nascosto dalla figlia, quasi come se fosse un liceale nei bagni di scuola.

Vive sospeso tra il rimandare e l’evitare, si abbandona alle pretenziosità formali del mondo istituzionale, dimenticando di portare con sé anche un briciolo di spontaneità. Eppure, non esiste forma di resistenza più forte che non includa la duttilità. Apparentemente non sembra esserci un nesso logico: come può qualcosa di frangibile e malleabile opporsi agli urti esterni? Allo stesso modo, come può Mariano De Santis, carica istituzionale, far convergere la sua inadeguatezza personale con la sua maschera? Sa prendere decisioni quando sono dettate dalla legge o dai protocolli, ma quando deve confrontarsi con la propria coscienza, quando la scelta richiede autonomia, resta immobile.

C’è una domanda ossessiva che attraversa tutto il film: di chi sono i nostri giorni?

Mariano De Santis non sembra avere una risposta. Vive nel sottrarsi, nell’affidarsi sempre a qualcosa di esterno a sé, incapace di assumersi davvero il peso delle proprie scelte. Eppure, Non fuggire dalla responsabilità di decidere richiede identità, consapevolezza e una forma di intelligenza emotiva che Mariano non possiede. Come può un uomo disperso tra frammenti incoscienti farsi carico dei propri giorni?

Questa inadeguatezza emerge sin dalle fondamenta del suo ecosistema relazionale, nei rapporti più intimi: con i figli, che conosce a malapena e tratta come se fossero estensioni del suo ufficio; con la moglie, legata ai pensieri incessanti sul tradimento. Mariano vive - o meglio, sopravvive - nelle intercapedini di un’esistenza inodore e incolore, in cui la fragilità umana si fa visibile nei dettagli che il ruolo istituzionale non riesce a dissimulare e smussare.

Ed è in questo spazio, un non-luogo di “amechania” (dal greco antico **αμηχανία, personificazione mitologica greca dell'impotenza, dell'incapacità di agire e della mancanza di risorse), che si apre il nodo tematico centrale dell’intero film. Tra responsabilità e impotenza, la domanda rimane: chi può permettersi davvero la leggerezza? La leggerezza, non rientra qui come elemento basico di contrasto al peso, ma si apre ad una dimensione fatta di consapevolezza, identità e valori.

Sin dal titolo, “La Grazia”, è possibile scorgere un’intuizione sul filone narrativo dell'intreccio: il presidente è interpellato per consultare dei casi di grazia. I corollari crollano: la conoscenza della legge e dei protocolli, fondamentali per un luminare del diritto come il presidente De Santis, non bastano più, non sono più l’unica guida per scegliere.

Tra i casi su cui è chiamato a pronunciarsi, uno coinvolge un professore che ha ucciso la moglie malata e un altro riguarda una donna che ha ucciso il marito violento. Entrambi i casi si intrecciano con questioni etiche e legali complesse. Il professore uccide sua moglie, sì, ma lo fa - a sua detta - per liberarla dal dolore viscerale che la malattia le infligge. Dorotea, figlia di Mariano, si confronta con la complessità della grazia incontrando Isa Rocca, accusata e condannata per l’omicidio del marito, rinomato per la sua violenza e brutalità. Il movente, ancora una volta, è lo stesso: liberare qualcuno dalla fonte di dolore e oppressione che pervade la sua stessa vita.

La vicenda vede nello sfondo la stesura di una legge sul fine vita. L’eutanasia, in base alla sua natura etimologica (dal greco εὔ-, "bene" e θάνατος, "morte"), prevede per tuttə la possibilità di avere una buona e serena morte, laddove la vita sia una non-vita, svuotata e opprimente. Attualmente, la legge italiana sul fine vita non è ancora stata regolamentata, ma il dibattito pubblico la porta spesso al centro dell’attenzione: definire chi può scegliere per sé o per altri resta un nodo morale ed etico delicatissimo.

Il fulcro della pellicola, dunque, è questa contrapposizione disforica tra vita e non-vita. Ma qual è il criterio pragmatico, etico e legale per delineare una linea di demarcazione effettiva? Probabilmente, la questione rimane irrisolta perché, oltre le ragioni e i cavilli tecnici, rimane estremamente complessa eticamente. Chi può permettersi di liberare qualcuno dalla sua stessa vita?

Ed è proprio un uomo fragile, scomposto e impacciato, ad essere chiamato a decidere sulla sorte delle vite altrui. Mariano incarna il Sisifo contemporaneo: non scegliendo e subendo il peso delle scelte eteronome, ogni giorno è costretto a portare sulle spalle il peso di un masso fino in cima alla montagna, lasciarlo cadere e ricominciare, poi daccapo. Ma nei casi di grazia, finalmente, si aprono piccole epifanie morali: la vita non è solo un ripetersi tetro e ossessivo di abitudini e doveri, ma può essere ascoltata, ponderata, sentita. Sempre ammesso che questo dia un'effettiva liberazione.

Alla fine, la leggerezza non è una fuga: è una responsabilità. Forse, allora, la leggerezza non è qualcosa che ci è dato, né qualcosa che possiamo davvero permetterci. È una conquista fragile, che richiede il coraggio di scegliere. E Mariano De Santis, fino a quel momento, non ha mai davvero scelto. Non scegliere resta, comunque, una scelta.

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