Odio il sud: quando a dirlo è chi ci vive
- Filomena Rocco
- 2 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Nell’epoca contemporanea il Sud Italia è sempre più spesso oggetto di narrazioni estetizzanti e idealizzazioni culturali che ne semplificano la complessità storica e sociale. Al di là di queste rappresentazioni stereotipate, il Sud – nella sua dimensione geografica, strutturale e simbolica – continua ad offrire un’immagine contraddittoria, segnata da marginalità e abbandono.
Un caso emblematico è quello della Lucania, storico nome della Basilicata, che diventa luogo di osservazione per due figure centrali del pensiero del Novecento: Carlo Levi ed Ernesto De Martino. Nel suo confino politico ad Aliano, Levi racconta in “Cristo si è fermato a Eboli" (1945) di una realtà segnata da isolamento, arretratezza e distanza dallo Stato. De Martino, in “Sud e magia" (1959), analizza quelle stesse condizioni attraverso una lente antropologica, evidenziando la persistenza di dimensioni rituali e magiche come risposta culturale alla precarietà materiale ed esistenziale. In particolar modo De Martino teorizza il concetto di “crisi della presenza”: in questo dramma l’uomo si ritrova vulnerabile, lasciato solo in balìa delle forze incontrollabili della natura. L’individuo, davanti a questo ineluttabile perdersi e disperdersi, tenta di affermare la propria presenza servendosi della dimensione magica. Questa dimensione, quasi comunitaria e di affidamento, consola e armonizza la paura immanente del vuoto. Ad enfatizzarlo è, certamente, il clima sociale e strutturale incerto, tipicamente lucano. Storicamente e culturalmente ci troviamo dinanzi ad uno spazio liminale, vessato e abbandonato persino da Dio. Non c’è posto per nessuno in una terra ostile che non sembra più in grado di accogliere la stessa vita.
In perfetta coerenza, l’Aliano descritta da Levi – sospesa tra i calanchi e segnata da una particolare fragilità geomorfologica – rappresenta una forma concreta di questo isolamento e marginalità. Le relazioni sociali, storicamente attraversate da poteri asimmetrici e dalla presenza di autorità locali legate al fascismo (cfr. il podestà fascista di Aliano), contribuiscono a delineare un quadro di profonda disuguaglianza nel sostrato sociale. Levi e De Martino, attraverso le testimonianze di contadini e massaie, restituiscono uno spaccato sulla questione meridionale: non è solo economica o politica, ma anche culturale e simbolica.
Seppur la Basilicata sia stata una terra di resistenza durante il brigantaggio – una delle espressioni più radicali di conflitto tra corpi, territorio e ideologia – la memoria storica non ha prodotto un riequilibrio effettivo, anzi, è stata repressa, delegittimata e progressivamente svuotata nelle narrazioni successive. Nella sua totalità, il Sud continua ad essere rappresentato come uno spazio da contenere e rimpicciolire, più che da comprendere.
La narrazione mistificatoria e degradante non rimane solo una proiezione esterna, ma viene progressivamente interiorizzata dagli stessi soggetti che la subiscono. L’antimeridionalismo interiorizzato si manifesta così come una delle eredità più sottili e persistenti della questione meridionale: non più soltanto una condizione materiale di svantaggio, ma una voce distorta sulla percezione di sé e sulla narrazione che si fa degli abitanti stessi. E questo, inevitabilmente, incide sul modo in cui il Sud viene vissuto, raccontato e giustificato.
La questione meridionale non appartiene soltanto al passato, ma continua a produrre effetti nel presente, pur assumendo forme diverse. Non c’è forse esperienza più concreta di chi, crescendo al Sud, si trova a dover lasciare la propria terra per cercare libertà, per sottrarsi a un destino già segnato. In questo senso, nascere al Sud sembra significare nascere con una taglia sopra la testa - sebbene esistano esempi di chi ritorna per scelta e per convinzione.
L’aspetto più avvilente si legge però nella rassegnazione silenziosa di giovanə studentə e lavoratorə che cercano emancipazione altrove senza porsi troppe domande, perché è con questa idea che si cresce. E si riflette anche nei genitori, che non sanno cosa resterà dei piccoli borghi e, soprattutto, chi li abiterà.
Accanto a questo, la progressiva riduzione delle opportunità economiche e sociali, insieme allo sfruttamento delle risorse ambientali, contribuisce a ridefinire il rapporto asimmetrico tra territorio e possibilità di futuro. E l’antimeridionalismo interiorizzato risponde, così, a quella serie di domande o ferite a cui non sembra esserci rimedio: capitale umano in fuga, desertificazione sociale e disservizi della pubblica amministrazione.
Perché ormai, chi vive al Sud lo sa: ai “terroni” spettano il mare, non il lavoro, le sagre, non i meeting. Ed è in questo circolo vizioso che le profezie sul futuro finiscono per avverarsi, lasciando spazio a rabbia, livore e sdegno come uniche reazioni alle ingiustizie.
Dietro espressioni e hashtag utilizzati per parlare del Sud come dispositivo narrativo – “vita lenta”, “radici” o “ritorno in natura” – si può intravedere la dissonanza plastica tra rappresentazione e realtà, tra desiderio e condizioni materiali effettive.
In questo quadro, anche la diminuzione dell’uso delle forme dialettali – come mostrano le recenti rilevazioni ISTAT – smette di essere soltanto un dato linguistico, ma diventa il segnale di una trasformazione culturale più ampia. Basta cambiare contesto perché il modo di parlare diventi qualcosa da controllare e rifinire: l’accento si attenua, si corregge, a volte si nasconde. Non sempre per scelta consapevole, ma perché si è normalizzato che alcune inflessioni – e con esse tradizioni e forme culturali – pesino più di altre.
L’appiattimento progressivo delle espressioni locali si inserisce, infatti, in un processo complesso, che intreccia dinamiche sociali, economiche e simboliche. Il Sud resta così uno spazio ai margini non solo geografici, ma anche narrativi. E la domanda che rimane aperta è quanto di questo margine sia il risultato di processi storici, e quanto di questi continuano a riprodursi nel presente.
Si parte per emanciparsi, ma il Sud – e tutto ciò che ne consegue – resta cucito addosso. Ad ogni ritorno l’impatto non è mai neutro: è il momento in cui la distanza inizia a diventare uno spazio politico. Lo sguardo non si allontana e basta, ma diventa più lucido e doloroso.


Commenti