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Scully effect: l’importanza della rappresentazione

Gillian Anderson, attrice statunitense, dal 1993 ha indossato i panni di Dana Katherine Scully, medica patologa e agente dell’FBI, nella celebre serie televisiva The X-files. 

Ma perché si è parlato e si parla tanto ancora oggi di questo personaggio? Per comprenderlo è necessario analizzare il contesto mediatico degli anni Novanta. In quel periodo le donne in TV erano spesso ridotte a ruoli secondari, rappresentavano mogli, madri, lavoratrici o avevano una “funzione” puramente estetica. 

Poi, Scully ruppe lo schema. 

Non era semplicemente la spalla del suo collega, uomo, Fox Mulder, ma sua pari a tutti gli effetti. Insieme indagano su casi misteriosi e fenomeni paranormali.

Capacità di ragionamento, rigore scientifico, professionalità, una personalità forte e scrupolosa, tratti maggiormente attribuiti ai personaggi maschili, sono le caratteristiche che la contraddistinguono. Tutto il contrario è invece il suo collega, spesso con la testa tra le nuvole e poco razionale, a differenza di quanto ci si aspetterebbe da un uomo, o almeno dalla figura stereotipata che spesso ci viene proposta.


L’introduzione nel mondo televisivo di un personaggio come l’agente Scully ha avuto un impatto concreto sulla realtà, non a caso si parla del “Scully Effect”, fenomeno studiato dal Geena Davis Institute on Gender in Media in collaborazione con la società 21st Century Fox. 

Secondo il report da loro condiviso, uno studio condotto su 2000 donne mostrò che il 63% di coloro che conoscevano la figura di Scully era più fiduciosa di potersi affermare in una professione STEM. Il 50% ha affermato che il suo ruolo ha generato un maggiore interesse verso le materie scientifiche. Circa due terzi delle donne impiegate nei campi STEM considera Scully come un modello. Infine, quasi la totalità delle partecipanti ha ritrovato in lei un punto di riferimento per ragazze e donne.

I dati mostrano che “l’effetto Scully" è la prova tangibile che la rappresentazione nei media non è un dettaglio estetico, ma un fattore motivazionale e di cambiamento reale. 

Dal punto di vista del Geena Davis Institute le immagini, le trame e i personaggi nei media modellano la nostra visione del mondo e forniscono indicazioni su come vivere, cosa aspirare ad essere o come superare le difficoltà. 

Essere rappresentati può significare sentirsi legittimati, riconoscersi, trovare dei modelli a cui ispirarsi; la rappresentazione è in grado di decostruire gli stereotipi incisi nelle nostre menti, per lasciare spazio a immagini e idee più veritiere.  

Se i bambini (o in questo caso particolarmente le bambine) vedono solo scienziati uomini nei media, interiorizzano l’idea che la scienza non sia per loro. 

Quando una figura come Dana Scully appare in prima serata si dimostra che non esiste un solo tipo di donna, né un unico modo di essere scienziati. 

Visibilità e inclusione significano promuovere l’idea che una carriera nella scienza, nella tecnologia, in medicina o ingegneria possa essere anche al femminile. 

I dati pubblicati tra il 2018 e il 2023 dall’UNESCO, secondo i quali le donne rappresentano solo il 35% dei laureati in discipline scientifiche, il 26% delle impiegate nel campo del data science e il 15% degli ingegneri, dimostrano che la strada verso la parità di genere è ancora lunga. Dando visibilità a personaggi non stereotipati si contribuisce all’abbattimento delle barriere.

L’effetto Scully ci ricorda che se puoi vederlo, puoi diventarlo.



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