Smut e female gaze: la nuova frontiera del porno
- Diana Durante
- 13 apr
- Tempo di lettura: 7 min
A fine 2024, Pornhub ha annunciato che le categorie più viste dell’anno sono state milf, anal, japanese seguite dalle due categorie queer più viste: lesbian (al quarto posto) e transgender al settimo posto. Secondo la statistica, gli uomini continuano ad essere i consumatori maggiori sebbene le donne si approccino di più alla pornografia mainstream anno dopo anno. Un altro dato fondamentale da non sottovalutare è che il porno mainstream è pensato per e dagli uomini, non è un caso che i CEO dei maggiori siti porno e di Only Fans siano uomini mentre le donne sono relegate al ruolo di sex worker.
Tra gli uomini, il porno mainstream più diffuso è quello che sfrutta le immagini: è la visione a scaturire la fantasia, ed è lo sguardo dominante ad essere parte della fantasia stessa. Il cinema porno sfrutta un determinato tipo di immaginario e di linguaggio cinematografico molto preciso, dominato dal male gaze. Teorizzato dalla critica Laura Mulvey nel suo saggio del 1975 Cinema e piacere visivo, Mulvey nota come il cinema statunitense classico sia basato su infrastrutture visive che vogliono lo spettatore - uomo, cisetero e bianco - come punto di riferimento dell’intera narrazione. Per garantire la loro attenzioni, il cinema ha sviluppato uno sguardo dominante che combacia con quello del pubblico: il protagonista è uno specchio degli standard sociali a cui gli uomini devono sottostare, la storia è scritta in modo tale da rendere il protagonista il motore della narrazione, i personaggi femminili sono l’obiettivo da raggiungere, il premio da ottenere. In tutto questo lo sguardo della macchina da presa - che non è e non può essere neutro - gioca un ruolo fondamentale. Mulvey ha analizzato come le inquadrature sfruttano le dinamiche di potere narrative: mentre gli uomini sono ripresi nella loro interezza, con sequenze che enfatizzano i messaggi e i sentimenti, le donne spesso vengono sessualizzate tramite lo sguardo. Che sia tramite primi piani, dettagli che indugiano su parti del corpo estromettendo il volto, l’elemento che richiama alla personalità, o enfatizzando una narrativa in cui la protagonista non ha un ruolo ben definito se non quello di premio.
Non a caso, Mulvey studia approfonditamente il cinema di Hitchcock che si basa su queste dinamiche e giochi di potere. Uno degli esempi più interessanti è dato da La donna che visse due volte. John, poliziotto e avvocato eccezionale, ha una debolezza: soffre di vertigini. Durante un inseguimento sui grattacieli di San Francisco, perde l’equilibrio e rischia di cadere. Attaccato ad una grondaia, vede il suo collega precipitare al suolo e i suoi tentativi di salvarlo vani. A seguito di quell’incidente, John si dimetterà non riuscendo più a svolgere il suo lavoro senza essere costantemente terrorizzato avendo sviluppato altre fobie. Le sue dimissioni non durano molto, solo il tempo di essere contattato da un suo ex compagno di college che gli chiede di sorvegliare sua moglie Madeleine, descritta come una donna piena di strane ossessioni. I due presto si innamorano, ma Madeleine è ossessionata dal voler togliersi la vita. Sebbene sia stato il suo salvatore in un’altra occasione, quando Madeleine sale su un campanile e si getta nel vuoto, John non può raggiungerla a causa della sua fobia. Un anno dopo, uscito dalla casa di cura, incontra Judy, una donna che somiglia moltissimo a Madeleine. La corteggia insistentemente e quando i due diventano una coppia, John la convince a vestirsi, a tingersi i capelli e ad atteggiarsi come Madeleine nel disperato tentativo di renderla una sosia. In La donna che visse due volte, ma in generale nella buona parte del cinema classico che affonda le radici nella psicoanalisi, i personaggi femminili non hanno un’identità ben precisa, sono intercambiabili. Una vale l’altra. Non a caso John vincerà la paura delle altezze solamente alla fine del film, quando porta Judy/Madeleine sul campanile in cui la donna aveva finto il suo suicidio per ricreare la sua morte. Lì la donna confesserà tutto, confermando di essere Madeleine e i due si dichiareranno il proprio amore. Tutta la narrazione gira attorno a John, è lui l’unico motore narrativo, i personaggi femminili sono sfruttati solamente per portare avanti la sua storia. Non hanno caratteristiche proprie, possono prendere l’una il posto dell’altra. E amare un uomo che le tratta come marionette.
Il male gaze non si ferma soltanto nel cinema classico statunitense, ma è ovunque. Nelle pubblicità, nella fotografia, nel cinema contemporaneo e, ovviamente, nella pornografia. Nei film porno, l’attore interpreta un avatar, il riflesso del consumatore medio. Le sex worker, al contrario, sono il suo premio, il ritratto della donna come la società la vuole in un mondo in cui tutto diventa erotico. I capelli rossi, gli occhiali da vista, i mestieri di cura e i ruoli di autorità, perfino il grado di parentela: tutto può essere sessualizzato.
In un’industria in cui le donne diventano oggetto e le dinamiche di potere sono esasperate - sempre a sfavore delle donne - come possono le consumatrici sentirsi rappresentate? Non credo che l’industria - tra le più fiorenti al mondo - si sia mai posta il problema. Che sia perché da sempre, in molteplici campi, le donne non sono considerate dei target appetibili o per il pregiudizio che vogliono le donne come creature asessuate, il cui piacere è un tabù o una questione di poco conto, le uniche a preoccuparsi del problema sono state proprio le donne che hanno inventato il porno etico, gli audio erotici e gli smut.
Già negli anni ’80, periodo in cui il porno diventa mainstream grazie alle VHS, nasce un movimento di critica verso la pornografia eteronormata stereotipata, ancorata ad un punto di vista eterosessuale e maschile dei rapporti: il maschio è protagonista e la donna subalterna, qui la performatività e la violenza replicano modelli patriarcali radicati nella cultura e il sesso li enfatizza. Il modo in cui la pornografia mainstream da sempre tratta le donne e la figura stereotipata della donna, ha portato negli anni Ottanta alla nascita di un movimento che critica le dinamiche di potere, la performative culture e la violenza all’interno del cinema porno a favore di una narrazione in cui le donne non sono un oggetto, ma delle persone attive il cui desiderio è preso in considerazione. Così nasce il porno etico che ha come paladine Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin. Entrambe propongono una pornografia libera dallo sguardo maschile e dall’ossessione per il pene e la penetrazione. Il porno etico punta anche a sradicare le dinamiche di sfruttamento e coercizione, promuovendo una cultura del consenso e della reciprocità del piacere. La pornografia etica, che esiste ancora oggi, non ha mai preso davvero piede al contrario degli audio erotici e, soprattutto, degli smut.
Negli ultimi anni, leggere è diventato uno dei passatempi più gettonati sui social. In poco tempo molte creator (il femminile è voluto) e booktuber hanno dettato l’andamento dell’editoria che si è adattata alla domanda, di cui gli smut e i dark romance sono diventati la colonna portante. In entrambi, per chi non è avvezzo al mondo dell’editoria da social, il motore narrativo è dichiaratamente pornografico. Mentre con i primi si indica la presenza di scene esplicite; nei dark romance la fanno da padrona trigger warning di varia natura, come possessività, dinamica dominantore-sottomessa, ma anche incesto, stupro e omicidio. In generale, in molti titoli - soprattutto quelli che vendono di più - la dinamica di potere tra l’uomo e la donna è fondamentale. Con questa breve descrizione, la differenza tra pornografia mainstream e smut sembra annullarsi, ma è fondamentale ricordare lo sguardo che c’è alla base. Mentre l’industria pornografica si regge sul male gaze per attirare consumatori, l’editoria si serve del female gaze perché il suo target ideale sono le donne. Questo non vuol dire che è esente da problematiche, di cui parleremo a breve, ma che viaggiano su due linee opposte. Il female gaze vuole restituire dignità alle donne, non renderle un oggetto e gli smut questo fanno. Sebbene le dinamiche al loro interno spesso siano criticabili, la donna, i suoi desideri e il suo piacere sono al centro della narrazione, sono il motore narrativo di ogni scena. Mentre la pornografia che gli uomini consumano si riduce al sesso come atto performativo, gli smut creano una storia attorno al desiderio, non al sesso. Non è un caso che il romantasy sia uno dei generi più apprezzati: le donne non vogliono solo far sesso, ma vogliono innamorarsi e vivere un’avventura con la persona che amano.
Anche le problematiche che hanno gli smut subiscono un doppio standard. Come tutti gli hobby che hanno più presa sulle donne, anche essere appassionata di questo genere letterario viene considerato superficiale. Non è una novità. Restando sempre nell’ambito letterario, i romance e i romanzi rosa sono da sempre considerati letteratura di serie B, una sezione a parte differente dalla vera letteratura come lo sono al contrario il fantasy o l’horror, generi che vengono consumati anche dagli uomini. Poco importa se l’industria pornografica ha creato una visione distorta del sesso, normalizzato lo stupro e fatto leva sulle dinamiche di potere. Non è considerato un problema se l’educazione affettiva e sessuale proviene dal porno, diventa un problema se le donne fanno la medesima cosa.
Come dicevamo, gli smut (soprattutto i dark romance) cadono in una visione etero normativa in cui queste dinamiche patriarcali sono ampiamente accettate, fino ad essere romanticizzate. Ed è questo il più grande problema di questo genere letterario: cade negli stessi meccanismi da cui il female gaze dovrebbe stare alla larga. La maggior parte dei romanzi smut (quelli che sono tra le classifiche dei più venduti e occupano scaffali e tavoli espositivi nelle librerie) sono scritti da donne cisetero bianche e pensati per un target che rispecchi l’autrice. In questo gli smut somigliano molto all’industria pornografica. Nell’editoria non sembra esserci spazio per le scrittirici non caucasiche e per i romanzi a tematica queer. Almeno questa era la spiegazione che si diceva fino a quando Heated Rivalry non ha smentito questa teoria. L’editoria funziona come tutte le altre grandi industrie, cerca il profitto non la rappresentazione.
Siamo ancora lontane da una pornografia che viene davvero incontro ai nostri bisogni, lontane da una narrazione che non affonda le radici nel patriarcato, lontane da storie spogliate da dinamiche tossiche eteronormative, ma la più grande differenza tra la pornografia e lo smut risiede nell’influenza che ha nella vita reale. Mentre gli smut sono intrattenimento e le lettrici riescono a scindere l’immaginario dai comportamenti tossici che nella vita reale saprebbero riconoscere all’istante e starne lontane, la pornografia detta legge. Senza una reale educazione affettiva e sessuale adeguata, il porno è per i più giovani l’ingresso al mondo del sesso. Al contrario, la letteratura erotica esiste perché la pornografia non riesce a rappresentare i desideri delle donne.



Commenti