Senza Umanità: quando Dio, patria e famiglia smettono di proteggerci
- Lorenzo Maccati
- 18 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Se la destra italiana invoca a “Dio, patria e famiglia”, dovremmo allora chiederci: di quale Dio, di quale patria e di quale famiglia sta parlando?La risposta sembra immediata: la nostra, quella italiana. Ma se una parte consistente delle famiglie vive oggi in condizioni di precarietà economica, se il lavoro non garantisce più sicurezza, se la fiducia nelle istituzioni si erode e la coesione sociale si indebolisce, allora cosa resta davvero di quella promessa? E soprattutto: quale Dio dovrebbe salvarci?
I più attenti ricorderanno che Giuseppe Mazzini parlava “di Dio, dell’Umanità, della Patria e della Famiglia”. È significativo che, nel linguaggio politico, proprio il concetto di Umanità sia scomparso. Eppure, è esattamente lì che la formula si spezza: senza l’Umanità, Dio diventa ideologia, la patria diventa confine, la famiglia diventa norma. Non più orizzonti di senso, ma strumenti di esclusione.
Ed è forse da qui che nasce il nostro presente.
In un mondo in cui parla l’indifferenza, la cecità e corpi senz’anima, noi dovremmo fermarci ed aprire gli occhi. In un mondo dominato da conflitti da ovest ad est, quale futuro ci attenderà?
I telegiornali scorrono asettici, riportando con distacco l’ennesima escalation americana in Venezuela e il consolidamento del controllo su Caracas. La tragedia infinita in Palestina è ormai scivolata nei trafiletti di fondo, senza far più rumore. Non si è mai squarciato davvero il velo di silenzio sul collasso del Sudan, né sulle sistematiche pratiche di sorveglianza e repressione ai danni delle minoranze musulmane in alcune aree dell’Asia.
Ma oggi gli schermi sono saturati dai lampi delle esplosioni su Teheran: l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran — tra bombardamenti mirati e attacchi alle infrastrutture strategiche — viene raccontata come una necessità, mentre il mondo trattiene il respiro davanti a uno Stretto di Hormuz attraversato da tensioni militari e rotte energetiche a rischio. Nei titoli di apertura dei principali telegiornali europei, questo nuovo fronte occupa ogni spazio, ridisegnando in poche ore la gerarchia delle urgenze globali.
Intanto, alle porte di un’Europa sempre più corazzata, il conflitto russo-ucraino non bussa più: è diventato il rumore bianco di una nuova, gelida normalità.
Come possiamo prendere a riferimento capi di governo che sono accecati solo ed unicamente dal potere? Come possiamo fidarci di chi legge il mondo solo attraverso interessi geopolitici, economici, strategici, mentre intere popolazioni vengono ridotte a danni collaterali?
Una risposta potrebbe risiedere nell’anestesia: continuiamo con la nostra vita, facciamo quello che vogliamo fare, guardiamo avanti come persone individualiste. È la forma più semplice di sopravvivenza emotiva: non sentire, non guardare, non coinvolgersi.
Ma se effettivamente avessimo un minimo di amor comune, queste situazioni ci farebbero rabbia, ci farebbero sentire impotenti. In un mondo che ci offre l’opportunità della vita, noi la passiamo ad annientarci con le nostre mani.
Prima lo si faceva per conquistare terre inesplorate, ma adesso? Oggi si conquistano risorse, influenza, egemonia tecnologica, controllo delle informazioni. La violenza non ha più sempre la forma della guerra dichiarata: a volte è una decisione diplomatica, un embargo, un mercato di armi, un silenzio strategico.
Ci sono uomini e donne che giocano a fare Dio, e noi siamo come fedeli senza tempio, inginocchiati davanti a divinità che non ascoltano, che non vedono e che non rispondono.
Divinità di carta, fatte di decreti, trattati, comunicati stampa e narrazioni politiche. Divinità che non sanguinano, non piangono, non seppelliscono i propri figli, ma che decidono chi può vivere in pace e chi deve vivere nella paura. Divinità di potere e di denaro, che predicano pace mentre preparano guerra, che promettono prosperità mentre amministrano disuguaglianza, che parlano di rispetto mentre esercitano dominio.
E proprio perché sono di carta, possono essere strappate, riscritte, cambiate — ma finché continuiamo a crederci, continuano a governarci.
Siamo assoggettati a queste divinità laiche, traditi da esse, perché ci hanno promesso un mondo di pace, di prosperità e di rispetto, quando neanche l’ultima persona eletta sembra avere un minimo riguardo verso il popolo che dice di rappresentare. Governi, alleanze, élite economiche: tutti pretendono di vedere il quadro globale, ma pochi sembrano ricordare che dietro ogni numero c’è un volto, una famiglia, un futuro negato.
E forse è proprio questo il punto: non è solo il mondo ad essere in guerra.
È la nostra idea di Umanità ad esserlo.


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