Tuttə vogliono fare qualcosa di creativo, ma nessuno sa cosa significa davvero
- Naomi Cataldo
- 27 apr
- Tempo di lettura: 3 min
C’è stato un momento in cui la creatività era una parola precisa. Non necessariamente rara, ma riconoscibile. Indicava un processo, uno sforzo, spesso anche un rischio. Non bastava dirsi creativi per esserlo: bisognava dimostrarlo, nel tempo, nel lavoro, nei risultati. Oggi non è più così. “Creativo” è diventato uno degli aggettivi più utilizzati e allo stesso tempo più svuotati nel mondo del lavoro contemporaneo. Basta scorrere le offerte su LinkedIn o le bio professionali su Instagram per rendersene conto: creative thinker, content creator, digital creative. La parola è ovunque, ma raramente viene definita. Fare video è creativo. Scrivere caption è creativo. Gestire un profilo è creativo. Anche replicare format già esistenti viene spesso descritto come tale.
Ma cosa resta davvero della creatività quando tutto è definito creativo?
La risposta è meno rassicurante di quanto vorremmo: resta una parola che abbiamo reso indispensabile proprio nel momento in cui abbiamo smesso di sapere cosa indica.
Negli ultimi anni, la creatività è stata elevata a competenza centrale. Il World Economic Forum la include tra le abilità fondamentali per il futuro del lavoro, oltre al pensiero critico e alla capacità di adattamento. Già nel 2010, uno studio di IBM mostrava che oltre il 60% dei CEO la considerava la qualità più importante per affrontare la complessità crescente dei mercati globali.
E qui emerge il primo paradosso: la creatività è ovunque perché è richiesta ovunque, ma proprio per questo, non distingue più nessuno.
Non è più un tratto eccezionale, ma un requisito base. Non è ciò che ti rende diversə, ma ciò che ci si aspetta da chiunque. È passata da essere un atto a essere un requisito.
E quando una qualità diventa requisito, perde il suo potere.
Questo cambiamento non è solo teorico. È strutturale. Secondo l’OECD, il mercato del lavoro sta evolvendo verso un modello sempre più basato sulle competenze misurabili: ciò che conta non è come ti definisci, ma cosa sai fare concretamente. Il linguaggio si amplia, ma la selezione si restringe.
Il risultato è una tensione continua tra percezione e realtà. Da una parte, l’idea del lavoro creativo come spazio di espressione, libertà, identità, dall’altra, una pratica quotidiana fatta di metriche, algoritmi, performance, adattamento.
Si entra in questi lavori pensando di creare, e ci si ritrova a ottimizzare: ottimizzare un contenuto per l’algoritmo. un’idea per il tempo di visualizzazione e un linguaggio perché funzioni dentro formati già esistenti.
Non si immagina più per rompere qualcosa. Si immagina per conformarsi a qualcosa che esiste già.
Eppure, c’è un altro elemento che rende questo fenomeno ancora più complesso e raramente viene detto esplicitamente.
L’idea stessa di “fare qualcosa di creativo” nasce in un contesto preciso. Non è un’aspirazione universale. Secondo i dati dell’OECD e di Erostat, nei paesi ad alto reddito cresce la quota di giovani che cercano lavori legati all’espressione personale, all’identità e alla realizzazione individuale. Al contrario, nei contesti economicamente più instabili, la priorità resta l’accesso a un reddito stabile e a condizioni di vita prevedibili.
Dunque, la creatività come aspirazione è anche il prodotto di una condizione materiale: emerge con più forza quando il lavoro smette di essere solo sopravvivenza e diventa identità.
È qui che entra in gioco il consumismo: il sistema non si limita ad accogliere questa aspirazione, la trasforma.
Secondo l’UNESCO, le industrie culturali e creative rappresentano uno dei settori più dinamici dell’economia globale, generando miliardi e occupando milioni di persone. La creatività, oggi, non è solo un valore culturale: è un motore economico.
Diventa contenuto.
Diventa formato.
Diventa prodotto.
Non si tratta più di creare, ma di produrre continuamente qualcosa che possa essere consumato. Il risultato è un secondo paradosso. Più la creatività diventa importante per il sistema, meno spazio resta per la creatività reale.
Perché la creatività, nel senso più pieno del termine, non coincide con la produzione. Non coincide con la velocità. Non coincide con la visibilità. Richiede tempo, profondità, margine di errore. Richiede uno spazio che il sistema attuale concede sempre meno. Se non emergi, se non funzioni, se non "performi", la colpa non viene attribuita a un sistema saturo, strutturalmente competitivo, costruito per selezionare pochi e scoraggiare molti.
Il problema sei tu: non sei abbastanza creativə.
È qui che la parola smette di essere neutra e diventa pressione.
Non basta più lavorare. Bisogna distinguersi. Non basta più produrre. Bisogna innovare.
Non basta più esistere professionalmente. Bisogna essere originali, costantemente.
In un contesto del genere, la creatività non è più uno spazio di libertà. È una richiesta continua.
Forse il problema non è che abbiamo inflazionato una parola. È che l'abbiamo trasformata in uno strumento di controllo. E finché non lo riconosciamo, continueremo a inseguire un'originalità che il sistema stesso rende impossibile, e a sentirci in difetto per non riuscire a raggiungerla.


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