Assenze e metamorfosi: come Didone ci insegna a (ri)vivere
- Filomena Rocco
- 2 giorni fa
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“Speravi dunque di poter nascondere questo misfatto, maledetto, e allontanarti senza un cenno alle mie terre? Non valgono l’amor mio o la mano che un giorno ti diedi a trattenerti?” (Eneide, libro IV, vv. 305-307, traduzione di M. Ramous)
Con queste parole Didone, regina di Cartagine, esprime la disperazione di chi vede infrangere promesse e legami d’amore. La sua figura, tragica e complessa, si inserisce nella tradizione letteraria come rappresentazione dell’esperienza della perdita. Virgilio le affida la voce dell’amore ferito, delle promesse tradite e del furore emotivo, rendendo Didone simbolo universale di passione e perdita. In questi versi non si scorge l’autorevolezza di Didone regina, ma è il punto più alto della sua umanità: colpita profondamente dall’abbandono dell’uomo amato, cede alla sofferenza e alla disillusione. Come si può leggere nei versi successivi dell’Eneide (libro IV, vv. 642-671), la regina, travolta dal folle dolore, si consegna inerme - nel racconto virgiliano - alla morte: soccombe alla disperazione, gettandosi sulla spada regalata da Enea.
Virgilio ci narra di Didone immergendola completamente nel contesto mitico e religioso: la lettura che ci propone è scandita dai ritmi dello sguardo epico maschile. È la chiave per dimostrare la pietas dell’eroe e per fondare la città di Lavinium. In questa prospettiva, non è solo personaggio tragico, ma dispositivo narrativo funzionale alla costruzione dell’eroe. Il successo di Enea non può essere scisso, dunque, dalla distruzione fisica e morale della regina.
Didone si inserisce in una tradizione più ampia, facendo emergere quanto la figura femminile sia, storicamente e culturalmente, interpretata come intermediario per il raggiungimento di un fine ultimo, interamente maschile. Debole, impotente e “troppo umana”, la Didone virgiliana è stata tacciata di furor: follemente innamorata di Enea, non riesce a trovare, nell’immaginario epico, un posto che non sia la morte.
Una frattura significativa emerge nelle Heroides di Ovidio: una raccolta epistolare di 21 lettere, di cui 16 scritte da “eroine”. La parola è lasciata alle donne: sono storie di dolore, vendetta, rinascita emotiva. Nel caso di Didone, Ovidio sceglie una forma elegiaca che sottrae la regina al contesto mitico ed eroico, per collocarla nello spazio intimo della lettera. La Didone ovidiana non viene “salvata”: le è riconosciuto un potere e un’autorevolezza che prima non aveva. Attraverso queste lettere, emerge il punto di vista di chi resta dopo l’abbandono, di chi è profondamente segnato dalla perdita, ma non ne è completamente succube. L’eroina si riappropria della propria esperienza emotiva, trasformando il dolore in discorso e l’abbandono in un momento di presa di coscienza. Non stiamo assistendo solo a un cambiamento narrativo, ma alla rottura di un paradigma culturale e psicologico ben preciso - una dinamica che risuona ancora oggi. Chi vive visceralmente l’abbandono non ha una strada già segnata o prescelta: accettando la sua condizione, cambia e attraversa una metamorfosi.
L’abbandono sottratto alla dimensione mitica non si esaurisce nel momento della separazione: continua a operare nel tempo, modellando l’identità di chi resta. Tra storie di rotture, pezzi di identità disgregate, permane il tacito urlo di chi resta, non arreso alla stasi, ma consapevole di doversi trasformare. Con la maestria di un io multiforme e non immobile, si può scegliere di non restare sempre fedeli ad immagine precostituita e idealizzata.
Chi vive e sperimenta sulla propria pelle il dolore del rifiuto che diventa abbandono, spesso prova un senso di inadeguatezza, presente lungo le diverse tappe della vita. Questo si traduce nella ricerca affannosa di amori che rievocano memorie di assenze e dolore, di mani incapaci di trattenere davvero. Nella totale inconsapevolezza e incertezza, rimane un filo rosso di domande a cui è difficile rispondere: come un coltello che fruga dentro una ferita aperta, si cerca di spiegare perché non si è stati abbastanza degni di un amore sincero, costante e fedele.
Sviluppando un tipo di attaccamento evitante come risposta al trauma, la distanza non è più freddezza, ma sopravvivenza. È così che si finisce per scegliere uno schema che reitera il dolore: il rischio è quello di scivolare in ritualità di mancanze, dolore e “non-amore”. Nel tentativo di reggere il macigno emotivo del vuoto - in cui stabilità e cura diventano un potenziale pericolo - la solitudine sembra trovare posto come unica soluzione. La crisi dell'incomunicabilità e dell’incomprensione, dunque, resta lì, latente: si insinua in modo sottile nelle trame più profonde e intime dell’individuo.
Chi resta dopo l’ignominia, non è un “eroe” o “un’eroina”, è un collage vivente di parti disgregate, mancanti, ma riassestate. Come nell’antica tecnica giapponese del “kintsugi”, i pezzi di sé non vengono persi per sempre o nascosti, anzi: le crepe sono riempite di oro, diventano la parte più bella e preziosa di chi rimane.
In maniera simile, la letteratura ci lascia un grande insegnamento. La Didone eroina non solo prende parola, ma affronta il dolore come esperienza lucida, consapevole. L’abbandono non definisce e modella chi lo vive come un’eterna vittima, ma lo designa come un soggetto attivo, in grado di scrivere il proprio destino, non di subirlo. Chi resta si definisce solo grazie alla sua capacità di trasformarsi. Nuove parole, nuovi spazi, nuove vite.



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