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Il maschio performativo: oltre lo show della fragilità romanticizzata

Jeans baggy, un Adelphi alla mano, postura scomposta e un matcha latte poggiato su un tavolino: questa è l’estetica più discussa degli ultimi mesi, nata e amplificata soprattutto sui social media con meme e trend virali. Dietro il cosiddetto “maschio performativo” si nasconde il dramma delle relazioni contemporanee: liquidità (cfr. Bauman, Vita Liquida, 2005), fragilità non accettata davvero, identità simulate (cfr. Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione, 1956). Credendo si tratti di un fenomeno nuovo, contemporaneo, siamo stupitə da quanto appeal abbia questo nuovo modo di presentarsi. Le icone estetiche di riferimento come Jacob Elordi e Timothée Chalamet rappresentano una totale riscrittura del modo di vivere e sentire la mascolinità e la virilità. I due attori sono l’emblema del modello mediatico costruito e plasmato dal flusso delle narrazioni social. 

Barthes, in Mythologies (1957), afferma che l’immagine funziona come mito estetico, veicolando ideali culturali e valori attraverso una serie di atteggiamenti, posture e gestualità che diventano una vera e propria performance. Il maschio performativo, spinto dalla pressione sociale a “darsi un tono” e piacere agli altri, si mostra decostruito, scevro da pregiudizi di genere e sovrastrutture patriarcali. Appare libero e sembra accettare di buon grado la sua fragilità e la sua fluidità. L’estetica del maschio bello, emotivamente intelligente e mai banale, genera engagement, ma spesso si regge su fondamenta instabili. Le aspettative esterne che lo modellano promettono molto, ma sono inconsistenti. Ciò che appare autentico è, in realtà, una rappresentazione teatrale che mette in scena una performance non sentita, ma recitata. Questo crea costruzioni leggere che riflettono la disarticolazione dell’esperienza contemporanea, attraversata dai ritmi e gestualità della cultura social. 

Spesso, chi si mostra flessibile, sensibile alle tematiche di genere lo fa in funzione del desiderio profondo di piacere agli altri e di trovare consenso, soprattutto tra le donne. È un comportamento che può essere studiato ad hoc per apparire conforme alle aspettative altrui (cfr. Goffman, 1956). Questa tendenza riflette il divario tra la persona - la maschera sociale -  e l’identità autentica, in cui ciò che mostriamo può discostarsi da ciò che siamo realmente (cfr. Jung, Tipi psicologici, 1921). Questa intuizione deriva da un richiamo alla classicità: la “persona” è la maschera dei personaggi teatrali della letteratura latina, dietro cui l’attore nascondeva la propria identità. 

La decostruzione ostentata rischia di essere una posa, un buon modo di apparire, non consapevolezza. Non parliamo di un mito d’oggi, ma di ieri, con radici e riferimenti culturali più estese: in letteratura, i protagonisti di romanzi novecenteschi presentano la stessa teatralità, disarticolazione, vulnerabilità che segnano le pagine della nostra quotidianità.

Con Kundera ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere” (1982), il protagonista Tomáš mostra, con anticipo, dei tratti distintivi del maschio performativo: una profonda ferita di attaccamento che lo rende, sostanzialmente, emotivamente non disponibile. Questa citazione lo mostra chiaramente: “Aveva capito allora di non essere nato per vivere a fianco di una donna, di qualsiasi donna. Soltanto da scapolo poteva essere pienamente sé stesso. Si era adoperato, quindi, per costruire il sistema della sua vita in modo tale che nessuna donna si sarebbe mai più potuta installare su di lui con una valigia”. Tomáš costruisce un vero e proprio copione, un modus operandi che, dietro la pretesa di fornire un tratto identitario, nasconde l’egoismo della sua autarchia emotiva. È in questo frammento, intriso di umanità, che emerge il contatto con il maschio narrato nel ‘900. Con ritualità di distanze, assenze e tensioni, assistiamo all’indisponibilità concreta di relazionarsi, ben accessoriata dai codici estetici. Cosa c’è di reale, quindi, dietro la nostra spasmodica ricerca di leggerezza, instabilità e liquidità? Esattamente come Tomáš, alcuni uomini  contemporanei tentano di anestetizzare, maldestramente, l’impatto con la realtà.


La nostra interiorità rimane lì: nuda, scoperta e senza appigli. Sotto il velo di una solida identità estetica e morale - spesso mostrata nei meme con tote bag, baffetto e manifestazioni per l’aumento dell’IVA sugli assorbenti - si muove lo stesso groviglio di insicurezze, contraddizioni e ferite che vedevamo nei personaggi del secolo scorso. Ciò che in Kundera emergeva attraverso l’introspezione, oggi si mostra platealmente, lasciando che siano i segni e le mode a parlare. I miti assumono naturalezza nel momento in cui diventano iconici, rappresentativi e indicativi: questo spiega alla perfezione come elementi quotidiani, se caricati di senso e valore, possano diventare status symbol.

 
 
 

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