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Perché la memoria senza presente è ipocrisia

Oggi, come ogni anno, molte capitali e istituzioni di tutto il mondo si fermano per commemorare le atrocità del passato. La memoria è un atto sacro, un impegno morale per non lasciare che la brutalità dell’uomo verso i suoi simili si ripeta. Ma fino a che punto possiamo considerare compiuto il nostro dovere di memoria quando il mondo continua a consumare una tragedia sistemica davanti ai nostri occhi?

Quando parliamo di genocidio, molte nazioni evocano con diritto l’esperienza storica più devastante del Novecento. Ricordano milioni di persone deportate, torturate, uccise e massacrate nei campi di sterminio nazisti, e lo fanno con giusta solennità. Ma la memoria, per essere autentica, non può essere confinata alla celebrazione di eventi storici senza interrogarsi su ciò che accade oggi, su quelle crisi che si consumano sotto il nostro sguardo, testimoniati da istituzioni internazionali e da rapporti rigorosi, eppure spesso trattati come “problemi lontani” o “conflitti complessi”.


Il genocidio palestinese è uno di questi.


Il 15 maggio 1948, alla fine del mandato britannico in Palestina, la nascita dello Stato di Israele diede inizio a una catastrofe umana che ancora oggi non ha fine per la popolazione palestinese. Centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case, i loro villaggi e le loro città durante un esodo che la popolazione araba palestinese chiama Nakba, la “catastrofe”. Le stime storiche riportano che oltre 700.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle terre dove vivevano da generazioni, lasciando dietro di sé una trasformazione demografica e sociale irreversibile. I villaggi furono distrutti, le comunità disperse, intere famiglie private delle loro radici. Quella catastrofe non è un evento sepolto negli archivi: è una ferita permanente, e la sua eco risuona nelle generazioni successive di palestinesi.

Nel giugno del 1967, un altro spartiacque segnò il territorio e le vite di milioni di persone. La cosiddetta Guerra dei Sei Giorni portò all’occupazione militare da parte di Israele della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza. In Cisgiordania, l’espansione di insediamenti civili israeliani nei territori occupati continuò a intensificarsi, in violazione del diritto internazionale umanitario, limitando progressivamente l’accesso dei palestinesi alla terra, alla libertà di movimento e alle risorse naturali. Anche Gerusalemme Est divenne oggetto di contesa e contestazioni politiche, legali e culturali che si protraggono fino ad oggi.

La Striscia di Gaza, un’enclave urbana che si estende su meno di 365 chilometri quadrati, ospita oggi oltre due milioni di persone in condizioni che molti osservatori internazionali hanno descritto come insostenibili. Dalla metà degli anni 2000, Gaza è stata sottoposta a un blocco terrestre, marittimo e aereo che limita fortemente l’ingresso di beni essenziali come cibo, acqua, medicine e materiali per la ricostruzione. Questo blocco ha conseguenze umanitarie catastrofiche, con un impatto devastante sulla salute pubblica, sui livelli di povertà e sull’accesso ai servizi di base.

In risposta all’attacco dell’7 ottobre 2023 lo Stato di Israele lanciò una massiccia offensiva militare contro la Striscia di Gaza. Le conseguenze umanitarie di questa escalation furono terribili. Non si trattò di un’escalation isolata, ma di una serie di operazioni che colpirono indiscriminatamente centri abitati, scuole, ospedali e infrastrutture civili. Secondo Amnesty International, l’impatto cumulativo di queste operazioni, combinato con il blocco continuato, determina condizioni che rientrano nei criteri della Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la punizione del genocidio del 1948.

La Convenzione ONU, uno dei documenti più importanti del diritto internazionale, definisce il genocidio come "atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso". Tali atti comprendono l’uccisione di membri del gruppo, il danneggiamento fisico o mentale, l’inflizione deliberata di condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica del gruppo, misure volte a impedire nascite all’interno del gruppo e il trasferimento forzato di bambini. Questi criteri non sono vaghi, sono norme legali con interpretazioni giuridiche consolidatesi nel tempo.

Nel suo rapporto del dicembre 2024, Amnesty International conclude che le azioni delle autorità israeliane nella Striscia di Gaza soddisfano almeno quattro di questi criteri, con prove credibili che includono sparizioni forzate, uso sproporzionato della forza contro civili, attacchi deliberati a infrastrutture civili essenziali e condizioni di vita progettate per portare alla distruzione fisica del gruppo, in parte o nella sua totalità. Amnesty ha sottolineato che l’obiettivo strategico non appare limitato a obiettivi militari specifici, ma colpisce sistematicamente la popolazione civile in modi che corrispondono alle definizioni legali di genocidio.

Rapporti delle Nazioni Unite confermano molte delle preoccupazioni sollevate da Amnesty. Una Commissione internazionale indipendente istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha riscontrato che le condizioni sul terreno soddisfano criteri che richiamano l’intento genocida, citando bombardamenti in aree densamente popolate, espulsioni forzate e impedimenti sistematici all’assistenza umanitaria.

La sofferenza non è solo immediata. Le conseguenze della distruzione di infrastrutture civili si traducono in morti indirette, malattie non trattate, fame e traumi psicologici che diventano eredità per intere generazioni. La denutrizione, l’insicurezza sanitaria, la distruzione di abitazioni e la mancanza di accesso all’assistenza medica essenziale sono fenomeni documentati in modo ripetuto nei rapporti delle principali ONG e dei meccanismi ONU.

Ciò che rende questa situazione ancora più stridente è la reazione internazionale. Non è che il mondo non sappia. I rapporti, le inchieste, le testimonianze esistono, sono pubbliche e accessibili. Sono redatti da istituzioni riconosciute e accettate dall’ordine giuridico internazionale, non da proliferazioni di opinioni online o da gruppi politici. Eppure, nonostante la quantità di prove documentate, la reazione globale è stata spesso tiepida, frammentata o puramente simbolica.

Il dramma palestinese non è un evento lontano nel tempo e nello spazio: è qui ed è ora, acuito da politiche e pratiche che hanno trasformato la vita quotidiana di milioni di persone in una lotta per la sopravvivenza. Famiglie spezzate, generazioni private di un futuro di dignità e normalità, bambini che non conoscono altro che la paura, con cicatrici profonde che non scompariranno con il passare degli anni.

E mentre ricordiamo ciò che è stato, non possiamo permetterci di ignorare ciò che continua a essere.

La memoria, per essere autentica, non può limitarsi a commemorare un evento concluso. Deve interrogare il presente, deve spingerci a riconoscere le ingiustizie non solo quando sono storiche, ma anche quando sono documentate, legali e attuali.


Ricordare significa non voltarsi dall’altra parte, non scegliersi le sofferenze da vedere, non trattare alcune tragedie come sacre e altre come “problemi lontani”.

La Nakba ha aperto una ferita che continua a sanguinare, e la descrizione legale di genocidio oggi non è un rimprovero emotivo, ma una valutazione basata su prove e criteri giuridici. Ignorare questa sofferenza significa tradire la stessa idea di memoria che abbiamo giurato di proteggere.

E allora, mentre molti celebrano la memoria di tragedie passate, la vera domanda rimane sospesa: la nostra memoria ha ancora la forza di guardare la sofferenza contemporanea come parte della responsabilità umana di oggi? Oppure resterà confinata in cerimonie rituali, incapace di affrontare l’orrore che si ripete sotto gli occhi di tutti?

 
 
 

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