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Dio è morto? La crisi contemporanea dell’Occidente

24 giu
Tempo di lettura: 2 min

Dio è morto, così scrive Friedrich Nietzsche nella Gaia Scienza, e vorrebbe tanto che noi ce ne rendessimo conto.

E quando, se non nel periodo storico che stiamo vivendo, questo concetto potrebbe risultare più attuale?

Oggi, i primi a calpestare i valori democratici sono gli Stati che meno di un secolo fa si erano proclamati i protettori degli stessi. Il diritto internazionale sembra aver perso completamente la sua importanza e le grandi istituzioni nate per garantire la pace e la cooperazione tra i Paesi dopo la Seconda Guerra Mondiale sono sempre più rilegate a un ruolo marginale.

Il mondo, che pensavamo di conoscere, si fa via via sempre più incomprensibile.

I pilastri del mondo occidentale presentano profonde crepe, ormai troppo evidenti per continuare a ignorarle. Il collasso dell’intero sistema non è più uno scenario impossibile o distopico, ma ci troviamo davanti alla profonda crisi del reale.

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, l’Occidente dovette far fronte alla crisi della razionalità scientifica, la quale segnò il superamento della visione classica e positivista. In quegli anni, il progresso e le nuove scoperte, invece di diffondere ottimismo e fiducia nel futuro, come per esempio avevano fatto durante la Belle Époque, minarono il campo dell’epistemologia. Più si approfondivano le ricerche, più i principi stabiliti nel passato rivelavano le loro contraddizioni. Le “verità”, considerate assolute, su cui si fondava la conoscenza matematica e scientifica, iniziarono così a vacillare pericolosamente.

Mentre al tempo si discuteva di una crisi legata al piano teorico e scientifico, oggi si tratta di politica, giustizia e diritto. Quest’ultimi continuano ad essere invocati in teoria e sistematicamente traditi nella pratica.

Se i valori che ci hanno insegnato e in cui abbiamo sempre creduto falliscono come possiamo continuare a vivere proteggendoli e agendo in nome degli stessi? Nonostante tutto, pare impossibile abbandonarli.

Da qui emerge l’angoscia contemporanea, dall’incapacità di cambiare, di accettare i fatti posti davanti ai nostri occhi. E così rimaniamo sospesi, tra un passato che non funziona più e un futuro ancora impossibile anche solo da immaginare.

Saremo mai in grado di accettare la morte di Dio? Di quei principi che continuano ad essere calpestati, delle istituzioni che ormai non possono far altro che restare a guardare inermi, svuotate del loro potere.

Continuiamo a cercare di tenere in piedi strutture insufficienti, forse per paura del vuoto che si aprirebbe senza di esse. Così facendo rimandiamo in continuazione la possibilità di costruire qualcosa di nuovo e finché resteremo legati a ciò che sappiamo non funzionare più, ogni discorso sul progresso, sulla pace o sulla giustizia sociale rischia di ridursi a un’illusione.

Non perché questi ideali siano impossibili, ma perché li ricerchiamo in luoghi dove è già stato messo in chiaro che di spazio per loro non ce n’è.

 
 
 

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