top of page

Maga Barbie, l’influencing di destra e l’illusione di un’arte senza politica

6 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Siamo davvero le nostre prime nemiche, come suggerisce l’attrice Sidney Sweeney, o questa idea è un prodotto del patriarcato interiorizzato? Se è vero che per entrare a far parte del gioco politico devi seguire le regole create da uomini per gli uomini, condividere istanze femministe può diventare un atto non solo bypassabile, ma anche controproducente. Nel mondo dell’arte e dello spettacolo, come si configurano invece queste regole?

A fine luglio 2025 è uscita una pubblicità dell’azienda di denim American Eagle, in occasione della collaborazione con Sidney Sweeney. “Sydney Sweeney Has Great Genes” è il gioco di parole utilizzato per la campagna, che ha suscitato non poche polemiche. Il marchio è stato accusato – soprattutto da esponenti della sinistra americana – di classismo e razzismo, arrivando a definirla una campagna eugenetica, data l’intenzionale ambiguità tra “genes” e jeans”, pronunciati allo stesso modo in inglese. Allo stesso tempo, la destra – incluso il presidente Donald Trump – ha colto l’occasione per applaudire l’iniziativa.

Il mondo conservatore ha rapidamente trasformato Sidney in un simbolo della destra statunitense: una donna bianca, sessualizzata da brand e sguardi maschili, che non si espone su temi femministi. E così, dalla dichiarazione sulla presunta falsità della solidarietà femminile, alle saponette per uomo prodotte con l’acqua della sua vasca da bagno, fino alla pubblicità di American Eagle, Sydney Sweeney è stata letta come parte dell’immaginario repubblicano contemporaneo che ripudia la wokeness e l’inclusività. A rafforzare questa lettura contribuiscono la sua registrazione come repubblicana, il contesto familiare conservatore e l’etichetta datale sui social come MAGA Barbie.

Alle critiche, Sweeney ha risposto in modo particolarmente ambiguo e insufficiente, dichiarando in un’intervista su People, che le sono state attribuite intenzioni non veritiere. Più che le parole però, è stata la sua non-reazione ad alimentare la polemica. Lei stessa ha poi riconosciuto che il suo silenzio ha «ampliato il divario, invece di colmarlo».

In una successiva intervista a Cosmopolitan, l’attrice ha affermato: «Non ho mai voluto parlare di politica. Ho sempre solo voluto fare arte», dichiarando in seguito che le etichette che ci vengono date non sono controllabili. Da una parte, è vero: lo spazio digitale è difficile da regolare, e tende a polarizzare l’audience. Ma perché le sue dichiarazioni ci appaiono così vuote e vaghe? E cosa succede quando sono le stesse donne a muoversi dentro logiche che finiscono per rafforzare le strutture che le limitano?

Il caso Sweeney apre una questione ampia: quella di un femminismo conservatore che non si dichiara, ma che prende forma nei posizionamenti impliciti. È un femminismo che rivendica la libertà individuale, ma che non si spinge mai a mettere in discussione le strutture di potere che la rendono possibile. Resta sul piano personale, senza volersi trasformare in consapevolezza collettiva. In questo contesto, la neutralità diventa una forma di adattamento: non prendere posizione significa, di fatto, lasciare intatto l’equilibrio esistente.

Sidney Sweeney sembra muoversi esattamente dentro questa ambiguità. Non perché si dichiari apertamente contro il femminismo, ma perché sceglie di non difenderlo. La sua distanza dalle questioni politiche non è neutra: è una postura che si inserisce perfettamente in uno spazio politico e sociale che premia le figure femminili non conflittuali, non esplicitamente schierate, facilmente appropriabili da narrazioni diverse.

ll punto è che, nel linguaggio digitale, la neutralità non esiste, soprattutto quando si parla di temi così delicati. Non avere una posizione su episodi di razzismo o suprematismo è, a tutti gli effetti, una dichiarazione implicita - che tu lo voglia o no. Nell’intervista rilasciata a GQ, rispondendo alle domande di Katherine Stoeffel, Sidney non ha preso posizione. Ma non rispondere è già, di per sé, una risposta. Il linguaggio, sui social come nella vita reale, segnala da che parte stai e che tipo di persona sei. È uno strumento che può essere usato a proprio vantaggio – anche, quando, come in questo caso, non ti identifichi in nessuno schieramento.

Nell’era digitale, inoltre, le parole restano cucite addosso: esiste un contenitore in cui tutto ciò che hai detto – o che ti è stato attribuito – rimane pressoché per sempre. Se non sei tu a definire in modo trasparente ciò che pensi, sarà la rete a farlo per te, spesso nella forma più estrema, poiché genererà più attenzione.

Tutto ciò si complica se si leggono le azioni di Sidney come una strategia. C’è chi interpreta il suo brand di saponette un’ulteriore forma di sessualizzazione e c’è chi, al contrario, le difende come una reazione alla wokeness. In ogni caso, l’indignazione genera visibilità e può diventare una strategia comunicativa vincente.

Il femminismo è intriso – nella sua storia, come nel presente – di atti politici, di resistenza e di lotta contro l’indifferenza delle istituzioni. Non può prescindere dalla politica. Tutto è politica ma, in particolar modo, lo è il femminismo, lo sono le donne, lo è la solidarietà tra donne – che esiste ed è potentissima.

In un contesto segnato dall’avanzata delle destre reazionarie globali, che mirano a rafforzare norme patriarcali anche negli spazi digitali e nelle relazioni intime, diventa urgente riconoscere quale femminismo sia davvero capace di cambiare le cose. Purtroppo però è evidente che i mezzi digitali siano ancora impreparati ad accogliere e gestire una questione così complessa.

C’è poi un ultimo punto, più scomodo. Essere etichettate, sminuite o sessualizzate è un’esperienza femminile universale, ma che non ha gli stessi esiti per tutte. Quando la cultura dello stupro e la violenza di genere raggiungono i livelli più estremi, a pagarne il prezzo più alto sono quasi sempre le donne senza voce, escluse da un sistema che continua a non tutelarle, che addita le donne anziché educare gli uomini.

Avere accesso al potere – che sia economico, mediatico o simbolico – non elimina la vulnerabilità, ma offre strumenti: una maggiore possibilità di informare, di difendersi, di incidere. In questo contesto, l’indifferenza non è neutra: è un contributo a un sistema di oppressione che continua a produrre violenza. Quando siamo noi stesse a perpetuare dinamiche che non ci favoriscono, vale la pena interrogarci sull’impatto che queste hanno sulle altre donne – oltre che su noi stesse.

Può esistere, quindi, un femminismo apolitico? A mio avviso, no. È un ossimoro, una contraddizione che svuota il femminismo della sua forza. Non si tratta di essere solo politiche: dichiararsi apertamente femminista e trovare il proprio spazio per sensibilizzare il pubblico non rende il tuo lavoro meno artistico. Lo rende, semplicemente, più consapevole.

 
 
 

Commenti


bottom of page