Una donna al potere non ci libera dal patriarcato
- Beatrice Vinassa
- 4 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
La politica è stata – e in larga parte resta – scritta dagli uomini per gli uomini. La lotta delle donne per i diritti politici ne ha esteso le opportunità e ha assicurato la successiva comparsa ai vertici, suscitando entusiasmo e speranza. Tuttavia, la rappresentanza femminile non coincide automaticamente con la promozione di politiche per i diritti delle donne. L’elezione della prima ministra giapponese Sanae Takaichi è un emblema di questo fenomeno, così come altri casi europei mostrano tendenze simili: in Italia, ad esempio, l’ascesa di Giorgia Meloni al governo non ha determinato un rafforzamento delle politiche di genere.Cosa significa per le donne, il femminismo e la società celebrare la vittoria di una donna ultra-conservatrice che contrasta con le istanze femministe? Come si interpreta il fenomeno e, soprattutto, è giusto chiedersi se darle il potere sia stata una mossa strategica?
Secondo i dati rilasciati dalla UN Women, a settembre del 2025 solo in 29 paesi le donne ricoprivano la carica di capo di Stato e/o di governo. La speranza si assottiglia se guardiamo alle agende: una quota non trascurabile di queste leader non promuove le logiche femministe e, anzi, talvolta le contrasta, come se l’accesso al vertice – e non solo – non imponesse di interrogarsi sul movimento che lo ha reso possibile.
Sanae Takaichi è la prima donna a diventare prima ministra in Giappone, paese in cui più dell’80% dei ministri sono uomini e che si colloca al 118° posto su 148 economie nella classifica mondiale della parità di genere del World Economic Forum. Sebbene la notizia possa sembrare ottima, non si tratta di una leader che ha avuto successo sfidando consciamente e apertamente i ruoli di genere. Non è, quindi, un’eccezione femminile ma l’esito di un esercizio di potere ostinato. Takaichi fa parte del partito Liberal Democratico, di cui il 4 ottobre è diventata presidente e di cui costituisce l’ala più rigida. È a favore del ritorno ai ruoli tradizionali nella famiglia, distanti dall’idea della donna emancipata – nonostante lei in qualche modo la raffiguri. Si oppone alla riforma che consentirebbe alle donne di mantenere il cognome da nubile una volta sposate e alla riforma riguardante la successione all’impero, che favorirebbe anche le donne come eredi. Arriva al vertice in una fase in cui il Giappone affronta crisi geopolitiche e nodi interni decisivi per il suo presente e futuro. Tuttavia, tra queste sfide, le politiche per la parità di genere non sembrano essere una priorità. Ad esempio, Takaichi ha nominato solo 2 donne su 19 ministri nel suo governo.
Diversi studi, tra cui quello di Ronnee Schreiber intitolato Is There a Conservative Feminism? An Empirical Account (2018), descrivono le donne conservatrici al potere come parte di un “femminismo conservatore”, distinto dal femminismo classico per l’assenza di critica alle strutture patriarcali. Molte di loro sono consapevoli del proprio genere e ciò che ne consegue: Sanae Takaichi, ad esempio, ha dichiarato di voler creare una società in cui le persone non siano costrette a rinunciare alla propria carriera. Ma, sfortunatamente, ha parlato proprio di “persone”. Sarà da vedere quanto della sua agenda futura verrà dedicata alle donne.
Di conseguenza, associare una donna al potere con la promozione automatica di maggiori diritti, ricade purtroppo in una logica semplicistica. La valutazione deve essere fatta sulla base delle pratiche effettive che vengono prese in carica dal governo di riferimento. Inoltre, quando una candidata proviene da partiti che si fondono su logiche patriarcali e non promuovono politiche favorevoli alle donne e alla parità, l’ascesa al potere è discutibilmente definibile come una “vittoria femminista”. E questo anche proprio perché, paradossalmente, ricoprono una carica grazie al femminismo ma non ne rappresentano i valori.
Non si può, quindi, credere che avverrà un cambiamento strutturale se la rappresentazione femminile si esaurisce all’interno di una macchina politica che non ci vuole favorire. In contesti storicamente maschili, alcune leader hanno trovato spazio proprio perché si presentano come piena espressione di quei mondi: non come rivoluzionarie, ma come custodi di valori rassicuranti, tradizionali. Il loro posizionamento sembra infatti allinearsi a cornici tradizionaliste che rafforzano le logiche anti-femministe e, perciò, rischiano di essere il megafono di ideali che contribuiscono a mantenere la politica povera di donne.
A questo punto, si arriva alla questione più spinosa. La presenza femminile nelle alte cariche di governi conservatori è strumentale? La risposta può essere letta nell’immagine che un partito vuole darsi in un determinato momento storico. Se infatti è essenziale ribadire e condividere che le donne possano e debbano ricoprire vertici in qualsiasi ambito, è anche vero che i partiti possono scegliere una donna come guida con lo scopo di attuare una strategia di modernizzazione, piuttosto che per un vero avanzamento della causa femminista o per meriti personali.
La questione rimane aperta su un complicato quanto importante dibattito: deve rimanere accesa la speranza di vedere le donne al potere, nonostante non supportino politiche femministe, solo per il fatto che siano donne? Se le donne devono ancora essere scelte per rappresentare la “modernità” (spesso solo apparente) di un partito, più che per il proprio valore professionale, allora non si tratta di emancipazione. La vera sfida, oggi, non è solo celebrare le donne che raggiungono il vertice, ma interrogarsi su che politiche portino avanti una volta raggiunto l’apice e quali strutture si trasformino intorno a loro. La soluzione, come molto spesso accade, sta anche nella nostra educazione: dare alle giovani donne modelli di indipendenza a cui ispirarsi e la possibilità per rappresentarli personalmente.
Il femminismo non può essere solo l’applauso a un traguardo individuale, ma il lavoro collettivo di chi rifiuta di accontentarsi di simboli. Se il potere non cambia il linguaggio, la trasformazione potrebbe restare simbolica. Perciò, quando ci sarà la prossima donna che si rifiuta di cambiare il sistema, non consideratelo un primo risultato ma un promemoria di quanto ancora resti da fare.



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