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Biografie allo specchio: Carson McCullers, Jenn Shapland e il potere della memoria

22 lug
Tempo di lettura: 9 min

Esiste una forma di solitudine che non nasce dall'assenza degli altri, ma dall'impossibilità di ritrovarsi nelle storie che ci vengono raccontate. È la solitudine di chi fatica a dare un nome alla propria identità perché il linguaggio sembra insufficiente, ma anche di chi scopre che le vite simili alla propria sono state sistematicamente taciute, semplificate o cancellate. 

Per secoli la letteratura, la critica e la biografia hanno contribuito a questo silenzio, relegando le esperienze delle donne queer ai margini del racconto. Le relazioni d'amore sono diventate “amicizie romantiche”, le dichiarazioni, invece, sono state ridotte a eccentricità, dubbi e desideri di “caratteri ribelli”.

La mia autobiografia di Carson McCullers di Jenn Shapland nasce proprio da questi vuoti: attraverso un paziente lavoro d'archivio, l'autrice segue le tracce della scrittrice americana, ma soprattutto si interroga su ciò che è stato omesso. I silenzi che attraversano le biografie di Carson McCullers non sono semplici lacune documentarie, sono il riflesso di uno sguardo culturale che ha spesso scelto di non vedere. 

Nel tentativo di restituire complessità a questa vita, Shapland mette però in discussione anche l'idea stessa di biografia come racconto oggettivo. L’aggettivo mia assume in questo senso grande forza significativa e simbolica. Ogni ricerca, ogni interpretazione, ogni archivio racconta, inevitabilmente, qualcosa anche di chi osserva. 

Il genere letterario della biografia, o autobiografia, viene spesso sottovalutato o messo in secondo piano perché ritenuto poco interessante, ma è con letture come La mia autobiografia di Carson McCullers che, invece, si ribalta questo paradigma di aspettative. Quest’opera pone l’accento su un nuovo modo di interpretare la storia che si sta leggendo: fornisce gli strumenti per cogliere l’immenso valore del riconoscersi in una scrittura non strettamente personale. Il ruolo dell'archivio e il potere della letteratura sono qui a restituire voce a ciò che è stato a lungo lasciato in silenzio: le persone queer hanno bisogno di una rete di supporto, di qualcunə che dica loro che quel che provano è normale.


La rappresentazione può essere vista come una voce da ascoltare, una storia da narrare, uno spazio da vivere, ma, certe volte, quel che basta è essere rassicuratə. Ed è quello che succede a Shapland mentre scrive la sua biografia di McCullers: accoglie la sua identità, il suo orientamento sessuale ripercorrendo la vita di una donna che non ha mai conosciuto, ma con cui condivide emozioni, dubbi, ansie e confusione. “Seppure Annemarie e Carson fossero due figure a me sconosciute, lontane nel tempo e nello spazio, sulla pagina le capivo profondamente” scrive Shapland ed è tutto qui il senso della sua biografia che veste i panni di un’autobiografia: la comprensione di sé stesse, la rassicurazione che questo percorso porta ad una svolta. La storia dell’autrice – e come si sia approcciata alla vita di Carson McCullers  – rappresenta un pattern di dinamiche rappresentative del mondo femminile e queer: interrogarsi sulla propria identità attraverso la letteratura, frugando tra le vite altrui per poi comprendere di più della propria. 


Shapland sebbene sfrutti la metodologia classica del mondo letterario che presuppone di lavorare in solitudine – solo lei e i suoi libri – non compie un viaggio in solitaria, ma il suo è un percorso collettivo fatto di voci, esperienze vissute da altrə in cui rivede se stessa. Shapland, in piccolo, rivive le stesse tappe che hanno trasformato il femminismo da esperienze personali in un movimento politico, quelle che hanno plasmato l'individualità delle persone queer in una comunità. 

La confusione, le paure, i dubbi – ma anche la gioia e l’amore che prova Shapland nei confronti della sua compagna e di tutte donne che ha amato – sono uno sguardo chiaro e sensibile sull’identità, intenti e passioni che ogni persona queer vive sulla propria pelle.


C’è un momento, negli archivi dell’Università del Texas ad Austin, in cui Jenn Shapland smette di essere una ricercatrice e diventa un personaggio della storia che sta ricostruendo. Sta leggendo le lettere che Carson McCullers scrisse a Annemarie Clarac-Schwarzenbach, e in quelle parole – dirette, innamorate, inequivocabili – riconosce qualcosa che nessun biografo ufficiale aveva mai avuto il coraggio di nominare. Non è solo l’amore di McCullers per un’altra donna a saltarle agli occhi. È il proprio riflesso, la propria storia, il proprio modo di amare, che quelle lettere improvvisamente le restituiscono. Da quel momento in poi il libro che Shapland si accinge a scrivere non può più fingere di essere una biografia nel senso tradizionale del termine. Diventa, come dice il titolo, un’autobiografia – la sua – travestita da vita di un’altra.


Il gesto è radicale proprio perché rende esplicito ciò che ogni biografia fa in segreto: selezionare, scartare, dare peso a un documento piuttosto che a un altro, decidere cosa sia rilevante e cosa sia rumore di fondo. L’archivio, quel deposito apparentemente neutro di lettere, diari, fotografie e appunti, non parla mai da solo. Parla attraverso chi lo interroga, attraverso le domande che quella persona porta con sé prima ancora di aprire la prima scatola. Per decenni i biografi di McCullers avevano avuto sotto gli occhi le stesse lettere lette da Shapland. Le relazioni con Clarac-Schwarzenbach e con la psichiatra Mary Mercer non erano un segreto sepolto: erano lì, scritte nero su bianco. Eppure venivano derubricate ad amicizie intense, ad affetti platonici, a eccentricità di un’artista sofferente – non perché i documenti fossero ambigui, ma perché chi li leggeva portava con sé una griglia interpretativa che rendeva impensabile, o semplicemente scomodo, nominare ciò che era scritto con chiarezza.


Ed è qui che il libro tocca un nervo più ampio, che riguarda la natura stessa dell’atto biografico. Ogni biografo si specchia, volente o nolente, nel proprio soggetto. Sceglie di scrivere di una vita e non di un’altra per ragioni che raramente sono del tutto professionali: un’affinità, un’ossessione, una domanda irrisolta sulla propria esistenza che nella vita altrui trova, o crede di trovare, una risposta. Janet Malcolm lo aveva scritto con la consueta spietatezza a proposito del rapporto tra biografo e soggetto, definendo il mestiere una forma di intrusione strutturale. Shapland compie un passo ulteriore: invece di negare l’intrusione o di nasconderla dietro l’apparato critico, la dichiara come metodo. Racconta sé stessa che legge le lettere, sé stessa che visita la casa d’infanzia di McCullers a Columbus, in Georgia, sé stessa che si interroga sul proprio coming out mentre ricostruisce quello mai realmente compiuto della scrittrice. Il risultato è un libro a doppio strato, in cui la biografia di McCullers procede in parallelo, quasi in contrappunto, con il memoir dell’autrice. Un testo in cui persino le parole che McCullers scelse di non dire mai apertamente, diventano materiale interpretativo la cui lettura dipende inevitabilmente da chi li osserva e da cosa quella persona è disposta ad accogliere.


Ogni lettura dell’archivio è situata, parziale, informata da uno sguardo che ha una storia e un corpo. In questo senso il libro si inserisce in una genealogia più ampia di opere che hanno messo in crisi la pretesa oggettivista della biografia tradizionale, da Orlando di Virginia Woolf – biografia immaginaria e dichiarazione d’amore e riflessione sul genere – fino ai lavori più recenti che intrecciano ricerca d’archivio e scrittura del sé.


Ciò che accomuna questi testi non è tanto un contenuto tematico condiviso, quanto la stessa consapevolezza metodologica: raccontare una vita significa sempre, in una certa misura, raccontare come e perché quella vita ci riguarda. Se c’è una lezione che il lavoro di Shapland lascia a chiunque si occupi di scrittura biografica, è che l’oggettività totale non è mai stata realmente in gioco, nemmeno nelle biografie più rigorose e apparentemente distaccate. La differenza sta nell’onestà con cui si dichiara la propria posizione. La biografia ufficiale, quella che si presenta come ricostruzione oggettiva di una vita, nasconde la propria soggettività dietro il linguaggio neutro della ricerca storica, mentre quella dichiaratamente soggettiva la mette in scena, la rivendica, la rende parte del racconto.


Raccontare Carson McCullers, per Shapland, ha finito per significare raccontare sé stessa. Ma il vero insegnamento del libro non riguarda solo lei, né solo McCullers, né soltanto la questione queer che pure attraversa entrambe le vite. Riguarda il patto implicito, e spesso taciuto, tra chi scrive una biografia e chi la legge: dietro ogni ricostruzione di un’esistenza altrui si nasconde sempre, in filigrana, il ritratto di chi ha scelto di raccontarla.



Un dialogo con Margherita Marcheselli sull’Enciclopedia delle Donne e La mia autobiografia di Carson McCullers


di Filomena Rocco 


Ogni scelta editoriale porta con sé un’idea di cultura e, soprattutto, la possibilità di creare nuove relazioni con lə lettorə: decidere quali storie pubblicare significa anche interrogarsi su quali voci meritino spazio, quali esperienze debbano essere preservate e quali memorie abbiano qualcosa da raccontare.

In questo senso, il lavoro di una casa editrice e di un progetto culturale – come Enciclopedia delle donne – non consiste soltanto nel pubblicare libri o ricostruire storie, ma nel costruire relazioni: tra autrici e lettori, tra passato e presente, tra esperienze individuali e memoria collettiva. 

È proprio all’interno di questa prospettiva che si inserisce la scelta dell’Enciclopedia delle Donne di pubblicare La mia autobiografia di Jenn Shapland, un testo che attraversa la vita e gli scritti di Carson McCullers per interrogare il rapporto tra identità, riconoscimento e possibilità di raccontarsi. Il libro nasce infatti da un incontro: quello tra una ricercatrice e gli archivi di una scrittrice, ma anche quello tra una persona alla ricerca della propria voce e una storia in cui riconoscersi. Un incontro che apre una riflessione più ampia sul valore della rappresentazione e sul ruolo della letteratura nel creare spazi di appartenenza. Ne abbiamo parlato con Margherita Marcheselli, co-fondatrice dell’Enciclopedia delle Donne. 


Una scelta editoriale è anche una scelta di memoria


A partire dalla pubblicazione di La mia autobiografia, il primo elemento che emerge è il modo in cui un libro possa superare i confini della semplice narrazione biografica. Il testo di Jenn Shapland non racconta soltanto l’incontro con Carson McCullers, ma riflette sul modo in cui riusciamo ad entrare in relazione con il racconto delle vite altrui e sulla possibilità che una storia individuale possa risuonare in quella di molte altre.

Per Margherita Marcheselli, questa dimensione è centrale nel lavoro dell’Enciclopedia delle Donne: ogni biografia nasce da una relazione, da uno sguardo preciso e sensibile, lontano dall’idea di una presunta oggettività assoluta. 

« Raccontare la storia di una donna significa restituire alla storia di tuttə il contributo di cascunə, per questo le nostre biografie sono tutte firmate: non sono storie che hanno la pretesa dell’oggettività […], ma sono vite di persone raccontate da altre persone che le hanno incontrate e a cui quelle storie hanno detto qualcosa, di importante, di profondo, di vitale »


Quando una storia diventa uno spazio di riconoscimento


Uno degli aspetti più significativi del libro è il modo in cui Jenn Shapland racconta il proprio rapporto con Carson McCullers: attraverso gli scritti dell’autrice, Shapland riesce a interrogare anche la propria identità e la sua sessualità. La possibilità di riconoscersi in una storia è una dimensione fondamentale soprattutto per chi, per lungo tempo, ha trovato pochi riferimenti nella narrazione dominante. Le esperienze femminili e queer sono state spesso marginalizzate o raccontate attraverso categorie rigide ed è per questo che «le donne, da quei margini delle società in cui venivano relegate  […] hanno cercato di conoscersi e riconoscersi, hanno cercato riferimenti, hanno stretto alleanze, sorellanze, genealogie. »

Riscrivere le logiche culturali e dare voce a chi resta ai margini è un atto più che mai politico. Margherita Marcheselli, sottolinea come il ruolo dell’editoria sia proprio quello di ampliare lo spazio di rappresentanza. 

«…questo libro ha un valore letterario, una scrittura originale, intensa, limpida, e un valore che potremmo definire etico, oltre che politico […] ciascunə di noi ha il diritto ad essere riconosciutə, ad affermare liberamente il proprio modo di essere, di sentire, di amare.»


Quando una storia genera nuove possibilità


Nel dialogo con Marcheselli emerge quindi un’idea precisa: i libri – e la loro pubblicazione – non sono soltanto oggetti culturali, ma luoghi di incontro. Pubblicare una storia significa scegliere di renderla disponibile, permettere che attraversi nuovi contesti e che trovi nuovi lettori. La mia autobiografia racconta l’incontro tra Jenn Shapland e Carson McCullers, ma forse il suo significato più ampio sta proprio qui: mostrare come una vita, quando viene raccontata, possa continuare a generare altre possibilità di riconoscimento.

Raccontare una vita non significa soltanto conservarne il ricordo, ma creare relazioni stabili con chi le ascolta. Le storie raccolte diventano strumenti attraverso cui lettrici e lettori possono trovare riferimenti, costruire connessioni e immaginare modi diversi di abitare il mondo. Come ricorda Margherita, questa pratica ha radici profonde, dalle prime genealogie femminili – Christine de Pizan con la sua Città delle dame, per esempio – fino al lavoro contemporaneo di studiosə che continuano ad allargare il campo della memoria.

«Raccontare la libertà possibile, i modi di essere che ciascunə ha cercato ed è riuscitə a mettere in atto nella propria esistenza, è un modo per incoraggiare tuttə a coltivare la propria ricerca del modo più adeguato di essere e di esprimersi, nonché di cercare allo stesso tempo di costruire una società in cui questo diritto vitale sia riconosciuto e reso possibile.»


Collaborazione team togetHER x Enciclopedia delle donne

a cura di Diana Durante, Federica Salimena, Filomena Rocco, Greta Tomaiuolo



 
 
 

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