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Diotima e Parthenope: amare nell’epoca dell’inconsistenza

Cosa resta dell’amore in una società che lo consuma come un prodotto, lo confonde con il possesso e lo riduce a gesto istantaneo? Forse proprio ciò che rifiuta di farsi afferrare.

Diotima, nell’Iperione di Hölderlin, e Parthenope, nel film di Sorrentino, incarnano l’amore che non si piega: quello che non consola, non si consuma, non si spiega. L’amore come tensione, come ascesi, come spazio incolmabile tra sé e l’altro. Diotima è guida spirituale, ideale che innalza e abbandona. Parthenope attraversa una Napoli mitica e immobile come un’apparizione: amata, osservata, ma mai davvero posseduta. Entrambe parlano un linguaggio che la nostra epoca ha dimenticato: quello dell’amore che non pretende nulla, che non si impone, che non si realizza — e proprio per questo ci trasforma. In un presente dominato dalla performance emotiva, dalla pornografia dei sentimenti in vetrina, queste due figure sono sovversive. Perché non rispondono. Non danno accesso. Non diventano mai “nostre”. Eppure sono ciò che smuove, che resta, che innalza. Ci ricordano che amare non significa ottenere, ma perdere bene. Così Parthenope, come Diotima, spaventa.

Non si lascia addomesticare. Come tutte le donne che non si fanno oggetto, ma soglia. Come tutte le idee che non si possono ridurre a slogan. Ed è per questo che disturbano: perché non offrono soluzioni, ma mettono a nudo il vuoto

che ci portiamo dentro. In tempi in cui l’amore si misura in notifiche, Hölderlin e Sorrentino ci obbligano a un altro sguardo. Più lento, più alto, più esposto al fallimento. Ma forse più vero. Perché in fondo, ciò che non si può avere è

l’unica cosa che ci costringe davvero a cambiare.


 
 
 

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