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I diritti esistono davvero se possono essere cancellati?

In Occidente si parla di diritti delle donne usando il passato come unità di misura: “oggi va meglio di ieri” o “almeno non è come un tempo”.

Il problema è che questo modo di fare non porta alla luce un dato fondamentale, ossia che i diritti non avanzano in linea retta, bensì fanno parte di un percorso che può retrocedere, portare dei progressi e poi fare di nuovo qualche passo indietro.

La narrazione, da parte dell’Occidente, costituita da un tempo passato, accade perché quando i progressi retrocedono lo fanno nel silenzio, lontano dagli occhi di tutti coloro che ne hanno una percezione lontana.

La proposta di riforma della legge sullo status personale in Iraq non nasce dal nulla, né da un’improvvisa svolta conservatrice.

Fa parte di uno di quei passi indietro da parte di una lunga e offensiva politica religiosa il cui obbiettivo è solo quello di cancellare una delle leggi più avanzate mai esistite nel mondo arabo in materia di diritti delle donne.

Nonostante in Occidente la legge del 1959 possa sembrare altrettanto conservatrice, per capire cosa sta accadendo oggi bisogna tornare indietro. Soprattutto, bisogna smettere di pensare che sia un tema lontano da noi e che non ci riguardi.

Nel corso degli ultimi 20 anni, l’Iraq ha tentato più volte di ribaltare la legge sullo status personale del 1959. Nell’anno 2013, propone un nuovo statuto chiamato Jafari, basato sull’omonima scuola sciita. Questo tentativo fu represso nel 2014, ma non bastò perché il governo riprova altre tre volte: nel 2017, nel 2021 e oggi.

Quella di oggi è una proposta ancora più rigida, poiché stravolgerebbe totalmente la legge del 1959.

Innanzitutto, come riportato da Human Rights Watch propone di abbassare l’età legale del matrimonio da 18 a 9 anni per le donne e da 18 a 15 per gli uomini. La legge del 1959 prevedeva la proibizione dei matrimoni sotto i 18 anni per entrambi i sessi, solo il giudice poteva consentirlo ma sotto particolari condizioni.

Secondo la nuova legge Jafari, il matrimonio può avvenire solo tra due musulmani, mentre secondo la legge del 1959 l’uomo poteva sposare una donna non musulmana.

Inoltre, l’articolo 101 della legge Jafari prevede che l’uomo possa ricorrere al piacere come e quando vuole con la donna che ha sposato e lei non può avere nessuna voce in capitolo, tanto che non può uscire di casa senza il suo permesso affinché sia sempre presente nel caso in cui il marito volesse ricorrere al piacere.

Al contrario, la legge del 1959 sentenziava che la donna non fosse obbligata a fare nulla che andasse contro la sua volontà.

Inoltre, la legge del 1959 proibiva ambo i lati la poligamia. Solo il giudice poteva consentirla, ma sotto due condizioni: la prima, l’uomo deve disporre di fondi economici sufficienti per mantenere entrambe le mogli, la seconda, ci devono essere motivazioni e benefici reali dal secondo matrimonio. La nuova proposta, invece, consente all’uomo di avere più mogli senza condizioni o motivazioni.

Ciò che ha scandalizzato di più l’opinione pubblica, però, riguarda l’eredità e la custodia; il Parlamento Europeo, in merito, si è espresso così in un documento del 2024: "Esorta il parlamento iracheno a respingere integralmente e immediatamente le modifiche proposte alla legge 188/1959; sottolinea con la massima preoccupazione che le modifiche violerebbero gli obblighi internazionali dell’Iraq in materia di diritti fondamentali delle donne e comporterebbero un arretramento significativo".

Per quanto riguarda la custodia, la nuova legge vieta l’affidamento dei figli alla madre se quest’ultima si è risposata, quindi ricorre automaticamente al padre. Se il padre non volesse mantenere i figli, questi andranno al nonno paterno. In caso di divorzio, invece, i figli sono automaticamente affidati al padre. L’eredità: l’uomo decide se la moglie abbia oppure no il diritto di ereditare proprietà, ugualmente vale per la figlia femmina. Ancora più abominevole è che se la donna non soddisfa il piacere del marito, lui può decidere di toglierle sostegno economico e eredità economica. Dagli anni ’20 le donne in Iraq si battono per i loro diritti, nonostante non abbiano libertà di parola, pensiero e diritto all’istruzione. Le loro proteste sono state represse, anche con l’omicidio. È importante difendere la legge del 1959 perché è sotto questa legge che le donne si sentivano tutelate. Queste donne portano sulle spalle una storia costruita sull’orrore e sul silenzio, la legge del 1959 è un testo fondamentale nella storia dei loro diritti nel mondo arabo. Una legge moderna, che ispirava emancipazione, una vera e propria conquista storica. Una legge considerata una vittoria femminista. Non lottare per questa legge significherebbe dare le donne in pasto alle iene, zittirle, ucciderle.

Hanno sfidato la vita pur di lottare per dei diritti come quello di parola, diritti che noi occidentali consideriamo invalicabili e ormai scontati. Un esempio importante nella storia è quello di Iraqi Women’s Union, fondata nel 1945.

Si sono addentrate nei piccoli spazi che il patriarcato lasciava aperti e li hanno trasformati in voragini, piccoli spiragli di luce che sono diventati raggi di sole. Fino agli anni ’70, anni in cui vedono abbattere i diritti conquistati nel 1958 dalla crescita dei partiti autoritari.

Furono loro a mantenere viva l’economia del paese quando Saddam Hussein impegnò mariti, figli e padri in una guerra con l’Iran. Le donne hanno portato sulle spalle anche questo peso, sostenendo la produzione economica in tutti i settori. Nonostante questo, certamente non vennero ringraziate, bensì assediate e private di ciò che avevano costruito per il paese, ma soprattutto per loro stesse. Per la loro emancipazione.

Tornarono a fare quello che avevano sempre fatto: occuparsi della casa e della famiglia.

Talmente povere da essere costrette a prostituirsi, a essere esportate e vendute in altri paesi , come riportato da Refworld, una piattaforma di ricerca dati gestita dall’UNHCR: "Iraqi women and girls are subjected to conditions of trafficking within the country and in Syria, Lebanon, Jordan, Kuwait, the United Arab Emirates, Turkey, Iran, Yemen, and Saudi Arabia for forced prostitution and sexual exploitation within households. […] Some women and children are pressured into prostitution by family members to escape desperate economic circumstances, to pay debts, or to resolve disputes between families".

Negli anni ’90, dopo la guerra con l’Iran, Saddam Hussein iniziò una campagna religiosa per assicurarsi la fedeltà del popolo. Fu allora che la legge del 1959 venne reinterpretata, praticamente annullata. Un vero e proprio ritorno al patriarcato.

La poligamia venne autorizzata, o meglio concessa più facilmente, l’età minima per il matrimonio venne ridotta, i giudici ottennero un margine maggiore di interpretazione dei casi di divorzio e questo significava che, per le donne, era molto più difficile chiederlo o ottenerlo e la custodia dei figli spesso veniva attribuita al padre. Vennero reintrodotte anche le pene corporali.

Le modifiche di Hussein abolirono il principio di uguaglianza tra i sessi, ma anche quello di laicità del diritto familiare. Dove la legge del 1959 voleva l’unione tra sunniti e sciiti, Saddam Hussein voleva sempre più potere per la minoranza sunnita.

Difatti si affidò completamente ai clan, ai quali diede carta bianca sul diritto civile, e non solo perché a loro furono affidati tutti i ruoli vertice del governo, per assicurarsi lealtà reciproca. I clan erano l’unico tribunale esistente, da loro si rimediava ai propri crimini, spesso offrendo in dono le donne e le bambine senza che loro o le famiglie avessero diritto di parola o di opporsi a riguardo.

La legge del 1959 si definisce moderna perché abolisce tutto questo.



 
 
 

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