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Il doppio standard globale: dalle sanzioni a Mosca all’impotenza diplomatica su Israele.

Chi decide chi paga?


Il “doppio standard”, da secoli caratteristica peculiare della nostra società, torna oggi a far parlare di sé, posizionandosi al centro del dibattito politico contemporaneo.


In questo caso specifico, il termine “doppio standard” indica come la comunità internazionale — in particolare l’Occidente — stia reagendo in modo differente di fronte a due contesti che presentano elementi simili: l’invasione russa dell’Ucraina e l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi.

Entrambi i conflitti implicano violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario, ma le risposte globali risultano profondamente diverse.


Nel caso della Russia, dopo l’invasione del 2022, sono state introdotte sanzioni economiche e finanziarie senza precedenti, accompagnate da un isolamento politico quasi totale e da condanne unanimi da parte di UE, NATO e Nazioni Unite.

Nel caso di Israele, invece, nonostante decenni di risoluzioni ONU che chiedono la fine dell’occupazione e il rispetto dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania, non si sono registrate sanzioni economiche o politiche significative da parte dei principali Paesi occidentali.

Le reazioni si limitano a dichiarazioni di preoccupazione o a inviti alla moderazione, nonostante il genocidio in corso ai danni della popolazione di Gaza.


Israele, dunque, riceve più condanne ufficiali, ma subisce poche punizioni concrete, mentre la Russia è colpita da conseguenze materiali pur avendo, formalmente, meno condanne.


Emergono quattro fattori principali che possono spiegare questa asimmetria.


In primis, le alleanze strategiche: Israele è da decenni un alleato chiave dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti, per ragioni di sicurezza, intelligence, cooperazione tecnologica e posizionamento geografico in un’area instabile ma vitale per l’energia e gli equilibri mediorientali.

La Russia, al contrario, è considerata un avversario sistemico: la sua invasione dell’Ucraina rappresenta una minaccia diretta all’ordine europeo e alla sicurezza collettiva della NATO.

Questa distinzione di ruoli spiega gran parte della differenza di reazione: sanzionare Israele significherebbe punire un alleato, mentre sanzionare la Russia serve a indebolire un rivale.


Un altro fattore determinante riguarda gli interessi economici e militari. L’interdipendenza energetica ed economica ha un peso cruciale: la Russia, grande esportatrice di gas e petrolio, può sostenersi anche in condizioni di isolamento, mentre Israele è strettamente intrecciato alle economie occidentali.

Se fossero state applicate le stesse sanzioni, la Russia ne sarebbe uscita indebolita, mentre Israele non avrebbe potuto sopravvivere economicamente.

Questo sistema tende quindi a seguire la logica del potere: colpisce i nemici, non gli alleati.


Un ulteriore elemento riguarda le percezioni collettive, che influenzano profondamente le politiche estere.

L’opinione pubblica occidentale è molto più unita nel condannare la Russia, vista come aggressore autoritario, che nel giudicare Israele, con cui molti condividono riferimenti culturali, religiosi e simbolici.

Il linguaggio mediatico — “invasione” o “operazione difensiva” — orienta la percezione morale del conflitto.


Chi paga, dunque, viene deciso dal sistema internazionale, che non si fonda su un principio di uguaglianza tra gli Stati, ma su un equilibrio di potere.

Questo è particolarmente evidente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’organo incaricato di mantenere la pace e la sicurezza globale. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno esercitato il veto decine di volte per bloccare risoluzioni che avrebbero potuto imporre sanzioni, inchieste internazionali o condanne formali contro Israele.


L’esistenza di un doppio standard non è soltanto un problema etico o politico, ma una questione strutturale che mina la credibilità del diritto internazionale.

Se le regole valgono solo per alcuni e non per altri, perdono la loro forza coercitiva e morale.

Le Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale rischiano così di apparire strumenti selettivi, non garanti universali della giustizia.


Il diritto internazionale, in teoria, dovrebbe valere per tutti.

In pratica, la sua applicazione dipende dal consenso e dagli interessi degli Stati più influenti, che controllano le istituzioni globali.


Superare questa contraddizione non significa negare gli interessi geopolitici, ma renderli trasparenti.

Proposte come la sospensione del diritto di veto nei casi di crimini contro l’umanità o la creazione di un meccanismo automatico di sanzioni per violazioni documentate potrebbero restituire coerenza e legittimità al sistema internazionale.


Senza una riforma di questo tipo, il rischio è che la selettività diventi la nuova norma — e la giustizia, una questione di alleanze.

 
 
 

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