Il nostro cervello non sente più il dolore di Gaza?
- Francesca Pavan
- 26 ott 2025
- Tempo di lettura: 1 min
L’era dell’anestesia emotiva
Orrore, distruzione, sofferenza.Il nostro quotidiano viene costantemente stimolato da ciò che accade a Gaza: immagini e video scorrono sui nostri cellulari alla velocità di un click, ma il nostro cervello non ne risente più.
Come si arriva a tanto?
A partire dal 1965, la guerra del Vietnam segnò un punto di svolta nel coinvolgimento civile nelle questioni internazionali. La “prima guerra televisiva” alimentò una dolorosa presa di coscienza anche grazie al trauma visivo delle immagini trasmesse del conflitto.
L’evoluzione di questa sovraesposizione giunge fino a oggi con i video del genocidio a Gaza: un dolore ininterrotto che abita i nostri dispositivi, un dolore fatto di corpi, di volti spenti, di distruzione. Eppure, come spiega Ana Maria Sepe, esperta e ricercatrice in psicoanalisi, quando lo stimolo diventa costante il cervello smette di reagire empaticamente come dovrebbe. La routine chiude lo spazio di elaborazione del trauma, portandoci a reagire in due modi: accogliamo la desensibilizzazione o amplifichiamo il nostro spettro di violenza in intensità.
Anestetizzare ciò che vediamo non significa non comprenderne l’importanza o sminuirne il carico simbolico; significa che la difesa del cervello contro traumi emotivi continui riduce la nostra capacità empatica.Il rischio che si insinua è il passaggio dall’indignazione per i fatti a una quasi totale indifferenza emotiva di fronte a certe immagini.
Le manifestazioni di questi giorni ci confermano che qualcosa si muove ancora per le strade e nelle piazze delle città, che il risentimento e la frustrazione per la causa palestinese sono parte viva della nostra quotidianità e della nostra generazione.
Eppure resta da chiederci: al nostro cervello, tutto questo fa ancora male?



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