L'arte del dopoguerra: quando il trauma diventa testimonianza
- Benedetta Zelli
- 6 ott 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Dopo la guerra, l’arte cambiò volto: non più decorazione o puro estetismo, ma voce di chi aveva visto, subito, perso. Le correnti protagoniste furono l’Espressionismo Astratto e l’Informale, pittori e scultori cercarono di dare forma al trauma, di rendere visibile ciò che la parola non riusciva a spiegare.
Negli Stati Uniti l’Espressionismo Astratto puntava sull’energia del gesto e sulla spontaneità. Jackson Pollock, con i celebri “drip paintings” come Number 1, trasformava caos e intensità emotiva in segni concreti sulla tela. In Europa, l’Informale usava la materia come linguaggio: Alberto Burri, nella serie Sacco, bruciava e lacerava tessuti e sacchi di juta, facendo del materiale stesso un testimone tangibile di trauma e resistenza. Emilio Vedova, con opere come Ciclone, scagliava la pittura sulla tela, trasformandola in un campo di battaglia emotivo.
Il dolore delle guerre è sempre lo stesso, anche se lontane nel tempo e nello spazio, e l’arte impedisce che i conflitti vengano archiviati come semplici dati storici: li rende vivi. Davanti a un’opera che racconta la guerra, lo spettatore può sentire dentro di sé il peso del trauma e del dolore di chi lo ha vissuto. La materia, il colore e persino la ferita nella tela stessa, diventano linguaggio di denuncia, strumento di riflessione.
Oggi, in Ucraina, artisti e artiste continuano questa pratica di testimonianza concreta. Maria Kulikowska con “Table of negotiation", rende tangibile il dolore della guerra; Oleksiy Sai utilizza rottami e residui bellici come materia viva delle sue opere, come in “I’m Fine”, restituendo dignità a chi lotta.
L’arte che nasce dalla guerra ci ricorda che il trauma non si cancella, ma si trasforma in memoria; la materia può parlare, ferire e resistere. Davanti a queste opere, non siamo più spettatori distanti ma siamo chiamati a sentire, a ricordare, a riflettere.



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