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La Guerra come Attesa e come Simulacro: da Omero a Buzzati e Calvino

La guerra costituisce uno dei luoghi simbolici più densi della tradizione letteraria occidentale, non tanto come fatto storico quanto come forma attraverso cui l’uomo ha pensato il proprio rapporto con il tempo, con l’agire e con la finitezza. Se nell’orizzonte epico essa appare come esperienza originaria e fondativa, capace di conferire senso all’esistenza e di renderla narrabile, nella modernità novecentesca la guerra subisce una progressiva perdita di consistenza ontologica. Essa non scompare, ma si trasforma: da evento decisivo diventa attesa, da esperienza incarnata si riduce a forma astratta, fino a rivelarsi simulacro. Il confronto tra l’Odissea, Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati e Il cavaliere inesistente di Italo Calvino consente di seguire questa metamorfosi come un movimento unitario, in cui muta non solo la rappresentazione della guerra, ma la stessa possibilità di un’esistenza autentica, secondo una linea di lettura che trova nel pensiero di Heidegger un riferimento teorico essenziale. Nel mondo omerico la guerra non è semplicemente un episodio del passato, ma l’origine silenziosa che rende possibile il racconto e fonda l’identità dell’eroe. L’Odissea prende avvio quando la guerra di Troia è già conclusa, e tuttavia ogni gesto di Ulisse ne reca l’impronta: il ritorno è narrabile solo perché preceduto da un’esperienza bellica che ha esposto l’eroe al rischio e alla morte. La guerra conferisce unità alla memoria e orienta il tempo verso un compimento, trasformando l’esistenza in una sequenza dotata di senso.

In questa prospettiva, l’agire bellico non sospende la vita, ma la intensifica; l’eroe si definisce attraverso la decisione e l’esposizione alla finitezza. Letta retrospettivamente alla luce di Heidegger, questa figura epica sembra incarnare una modalità originaria dell’essere-per-la-morte, in cui la consapevolezza della fine non paralizza l’azione, ma ne costituisce la condizione di possibilità. La guerra, in quanto evento, fonda insieme identità, tempo e narrazione.

È proprio questa unità originaria che si incrina radicalmente nel romanzo di Buzzati. Nel Deserto dei Tartari la guerra permane come orizzonte di senso, ma perde ogni concretezza: non accade, bensì viene incessantemente attesa. La Fortezza Bastiani si configura come uno spazio separato dal mondo, governato da una temporalità sospesa in cui il futuro assorbe e svuota il presente. Giovanni Drogo non vive la guerra come esperienza, ma come promessa che dovrebbe, un giorno, giustificare la sua esistenza. A differenza dell’eroe omerico, che si costituisce nell’evento, Drogo costruisce la propria identità sulla mancanza dell’evento stesso. In termini heideggeriani, questa attesa non coincide con un’autentica apertura alla possibilità, ma con una forma di inautenticità: la vita viene affidata a un avvenire indeterminato, sottraendosi alla decisione nel presente. La guerra, così, non fonda più il senso, ma lo rinvia indefinitamente, trasformandosi in un dispositivo che legittima la procrastinazione dell’esistenza. L’eroismo sopravvive come immagine, come narrazione anticipata, ma non si realizza mai come esperienza vissuta. Con Calvino si compie un ulteriore slittamento. Nel Cavaliere inesistente la guerra è finalmente presente, regolata e perfettamente funzionante, ma il soggetto che dovrebbe incarnarla è privo di consistenza ontologica. Agilulfo non attende l’evento, lo attraversa; tuttavia, la sua esistenza coincide integralmente con la forma, con la norma e con il linguaggio del dovere. Se Drogo era definito dall’attesa, Agilulfo è definito dalla funzione. L’ironia del racconto non attenua, ma anzi radicalizza la riflessione: la guerra sopravvive come rituale, come insieme di procedure che riproducono l’eroismo senza più contenerne la verità. In una prospettiva heideggeriana, Agilulfo rappresenta l’esito estremo di una soggettività che ha smarrito ogni rapporto originario con l’essere: non è semplicemente inautentico, ma privo di quella consistenza esistenziale che renderebbe possibile l’autenticità stessa. La guerra, ridotta a forma pura, diventa simulacro di un’esperienza che non può più essere vissuta. Considerati in una linea continua, Buzzati e Calvino non offrono due semplici variazioni sul tema della guerra, ma articolano due momenti complementari della sua trasformazione moderna. In Buzzati la guerra perde realtà attraverso il rinvio infinito; in Calvino attraverso la formalizzazione assoluta. In entrambi i casi, tuttavia, essa continua a funzionare come riferimento simbolico decisivo, proprio nella misura in cui ne viene negata l’esperienza originaria. L’eroe epico, che agiva assumendo su di sé la finitezza, lascia il posto prima all’uomo che delega il senso a un evento futuro e poi alla figura che coincide integralmente con il ruolo, senza più interiorità. Ciò che muta, lungo questa traiettoria, è il rapporto tra soggetto e tempo: dal tempo carico di destino dell’epica si passa al tempo sospeso dell’attesa e infine a un tempo puramente procedurale, privo di apertura autentica.

In questa prospettiva, la guerra non appare come un semplice tema narrativo, ma come una lente attraverso cui la letteratura interroga la crisi dell’esperienza nella modernità. Se nell’Odissea l’evento bellico unificava azione, memoria e racconto, nel Novecento esso rivela piuttosto la frattura tra forma e vita, tra agire e senso. Buzzati mostra il rischio di un’esistenza interamente affidata alla promessa di un evento decisivo che non arriva mai; Calvino mette in scena l’esito opposto ma speculare, in cui l’evento è presente ma svuotato di ogni dimensione vissuta. La guerra diventa così il luogo in cui si manifesta, in modo particolarmente radicale, la difficoltà dell’uomo moderno di abitare autenticamente il proprio tempo. Più che segnare una semplice linea evolutiva, il dialogo implicito tra Omero, Buzzati e Calvino mette in luce tre diverse modalità attraverso cui la letteratura ha tentato di misurare la distanza tra l’uomo e l’esperienza del reale.

La guerra, da spazio originario dell’azione, diventa progressivamente uno specchio della coscienza moderna: prima promessa che trattiene l’esistenza in una soglia interminabile, poi dispositivo formale che sopravvive anche quando il soggetto si dissolve. Ciò che emerge non è soltanto la crisi dell’eroismo, ma una trasformazione più profonda del modo in cui l’uomo abita il tempo e attribuisce senso ai propri gesti. In questa tensione tra memoria epica e ironia novecentesca, la letteratura non offre una soluzione, ma mantiene aperta una domanda: se l’evento decisivo non fonda più l’identità, dove può ancora trovare consistenza l’esperienza umana? È forse proprio nello scarto tra attesa e simulacro che si rivela la funzione critica della narrazione moderna, capace non di restituire un’origine perduta, ma di interrogare incessantemente il vuoto che essa lascia dietro di sé.

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