La nostra American Beauty: quando vivere diventa una performance
Quando si parla di American Beauty, uscito nel 1999 e diretto da Sam Mendes, si finisce spesso per ricordare soprattutto Lester Burnham e la sua ossessione per Angela, l'amica adolescente della figlia Jane. È soprattutto questo tipo di analisi che ha reso famoso il film nell’epoca contemporanea, considerato il lato disturbante e problematico della dinamica. Una delle scene più famose, in cui Lester sogna Angela, circondata da petali di rose rosse è stata citata ad esempio nel film Madagascar, dove al posto dei petali di rosa vi sono delle bistecche, e la colonna sonora è la medesima.
Tuttavia, in questo modo rischiamo di leggere American Beauty come una semplice provocazione sessuale, quando il film ha molto altro da dire. La storia del desiderio di Laster è solo uno degli intrecci drammatici, usato, seppur in modo controverso, per parlare di famiglia e mascolinità. Un mezzo per descrivere la società borghese americana e la loro costante ricerca di un’apparenza perfetta. Tutto sembra essere una performance.
«Il mio nome è Lester Burnham. Questo è il mio quartiere. Questa è la mia vita». È con queste parole che comincia Lester a raccontarci la sua storia, sappiamo subito chi è, sappiamo anche addirittura che è già morto. La sua voce racconta una vita di cui conosciamo la fine prima ancora di conoscerne l'inizio. Subito conosciamo il suo triste epilogo, ma non vediamo il suo volto. Prima di tutto il film ci mostra, infatti, il suo mondo, lui stesso ci parla da subito del suo quartiere: una periferia americana ordinata, fatta di villette, prati, alberi e strade tranquille. È un paesaggio che promette serenità e successo, ma l'ironia della voce narrante ci fa comprendere che ci aspetta una storia ben diversa.

Da lontano, la strada dei Burnham sembra perfetta. È proprio quando ci avviciniamo che comincia a emergere tutto quello che quella perfezione nasconde. La casa è il primo elemento fondamentale. Non parliamo di un grande grattacielo né di una villa di lusso, bensì di una tipica villetta borghese. La casa non è soltanto il luogo in cui i Burnham vivono: è il luogo attraverso cui raccontano agli altri chi sono, è una scenografia. Per Carolyn Burnham, la moglie di Lester, racchiude il centro della sua vita, in modo ossessivo: la cura maniacale delle sue rose, il prato sempre rigoglioso, la disposizione matematica dei mobili di design. La casa deve apparire impeccabile. Con il tempo, ci accorgiamo però che Carolyn non sta parlando solo di fiori. Deve avere una carriera di successo, un matrimonio presentabile, una casa ordinata, un aspetto adeguato. Non è sufficiente essere felici: bisogna dimostrarlo. La perfezione, in American Beauty, è un lavoro a tempo pieno. Tutto è una continua messa in scena.
La famiglia in primis. Le cene dei Burnham sono costruite come piccoli spettacoli teatrali: marito, moglie e figlia sono seduti intorno allo stesso tavolo e interpretano i ruoli che ci aspettiamo da loro. Carolyn deve essere la moglie di successo, Lester il marito responsabile, Jane la brava figlia adolescente. Il problema è che nessuno sembra più volere interpretare il proprio personaggio. Lo vediamo nei dialoghi: Lester interrompe l'equilibrio, non vuole più il solito copione, e come lo rompe? Nel modo più scandaloso. Così, la sua ossessione per l'amica della figlia assume un significato molto più profondo della semplice provocazione.
Lo stesso Sam Mendes è un regista con una formazione teatrale, non è strano costruisca spesso gli spazi domestici come veri e propri palcoscenici, disponendo i personaggi in relazione fra loro e trasformando la distanza fisica in distanza emotiva. La casa è quindi contemporaneamente rifugio e palcoscenico: il luogo in cui la famiglia dovrebbe sentirsi più libera è invece, come del resto ha osservato Luigi Pirandello, il luogo dove più di tutti si recita.

Qui entra in gioco uno dei temi più interessanti del film: la differenza tra essere e sembrare. American Beauty ci invita continuamente a guardare oltre la superficie. La casa sembra felice, ma la famiglia è disgregata. Carolyn sembra sicura di sé, ma è terrorizzata dal fallimento. Jane sembra una ragazza insicura, mentre Angela costruisce intorno a sé un'immagine di sicurezza e desiderabilità che fa pensare a Lester che sia tutto anziché quello che è. Per lui rappresenta la giovinezza, la possibilità di essere ancora desiderabili, un'esistenza non ancora completamente determinata, che gli fa dimenticare per un attimo di dover essere lui l'adulto e di doverla proteggere anziché desiderarla. Ma Lester non vuole semplicemente quella ragazza: vuole tornare a essere l'uomo che crede di essere stato prima che la sua vita diventasse una continua performance. Quando si "sveglia" e capisce di avere davanti nient'altro che una ragazzina, si rompe l'incantesimo. È ciò che fa American Beauty: ti racconta di un uomo che sembra avere tutto ciò che occorre per sentirsi realizzato e, proprio per questo, si sente completamente vuoto e solo. Bisogna guardare tutto più da vicino per capire: la stessa macchina da presa entra nelle case, nei corpi, nei giardini, nei desideri e nelle fantasie per mostrarci che dietro ogni immagine perfetta c'è qualcosa che non coincide con l'immagine stessa.
Dall'altra parte della strada ci sono i Fitts, e la loro presenza rende ancora più evidente che non esiste una sola forma di performance. I Burnham mettono in scena la felicità, i Fitts mettono in scena la disciplina. Frank Fitts è ossessionato dal controllo, dalla forza e da una determinata idea di mascolinità per assopire la sua vera natura. Per questo la sua casa è quasi una caserma, più cupa rispetto alla villetta dei Burnham, ma la logica è la stessa. Le due famiglie sembrano diverse, ma entrambe sono prigioniere di un ruolo.
L'unico personaggio che sembra avere un rapporto diverso con l’immagine è Ricky Fitts. Forse perché proprio lui possiede una videocamera e filma le piccole cose, come una busta di plastica trascinata dal vento, iconica sequenza del film, perché per qualche secondo interrompe la logica della performance. Nessuno deve dimostrare nulla, nessuno deve apparire desiderabile o vincente: qualcuno semplicemente guarda.
A un certo punto Lester decide di fregarsene di chi guarda e di uscire dal copione. Lascia il lavoro, comincia ad allenarsi, compra la macchina che desidera, rifiuta le aspettative della moglie e cerca di recuperare una versione più giovane di sé. È il momento in cui sembra finalmente liberarsi. Ma non smette veramente di recitare, ha semplicemente cambiato personaggio. Prima interpretava l'uomo borghese di successo; ora interpreta l'uomo che si è liberato dalla borghesia. Perfino l'anticonformismo è diventato, in questa società, una performance. è in tutto questo, che American Beauty è ancora profondamente attuale: ha intuito che anche l'autenticità può diventare una posa, anche il rifiuto delle convenzioni può trasformarsi in un nuovo ruolo. Pensiamo ai social: sono un mezzo di comunicazione che per antonomasia rende liberi, perché ognuno può mostrarsi, eppure ne abbiamo fatto una prigione di trend, brand, pubblicità, dove la bellezza è diventata merce di scambio. Non osserviamo più i luoghi che visitiamo in viaggio, ma li postiamo per mostrare che siamo interessanti, attivi e performativi. Nel mondo del lavoro, la performance è diventata un'ossessione. Non esiste il concetto di pausa e di "inutile", tutto deve portare un ritorno.
Per questo nel film la voce di Lester è così importante, perché se ne accorge tardi, ma si accorge di cosa gli manca. Ci racconta la storia dall'esterno, come se la morte gli avesse finalmente tolto la necessità di dimostrare qualcosa, ma quando il film si avvicina alla sua conclusione, il suo sguardo cambia. Comincia a ricordare le cose che, mentre era vivo, non riusciva più a vedere: il quartiere, la famiglia, la pioggia, le piccole cose, i momenti apparentemente insignificanti. Per riconoscere la bellezza del mondo, deve smettere di pensare di usarla, e semplicemente guardarla.
È qui che American Beauty smette definitivamente di essere soltanto la storia di un uomo di mezza età ossessionato da una ragazza e diventa qualcosa di più universale. La domanda non è soltanto perché Lester desideri Angela, ma perché tutti i personaggi abbiano bisogno che la propria vita arrivi a un risultato concreto e performante. Perché la casa debba comunicare successo. Perché il prato debba essere perfetto. Perché un matrimonio debba sembrare riuscito. Perché un corpo debba essere desiderabile. Perché una carriera debba rappresentare il valore di una persona.
Alla fine del film, la strada è ancora lì. Le case sono ancora in piedi, i prati sono ancora verdi, le rose continuano a fiorire. Da lontano, nulla è cambiato. Ma noi sappiamo che dietro quelle finestre ci sono persone vere e che, anche se da fuori sembra tutto in ordine, dentro potrebbero avere un abisso che impedisce loro di vedere la bellezza del mondo.
“Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell'istante prima di morire. Prima di tutto, quell'istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu... lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie... e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l'avrete”.


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