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Las Sinsombrero: storia (quasi) dimenticata delle intellettuali spagnole del Novecento

Puerta del Sol, Madrid, anni Venti. Quattro giovani amici, artisti e intellettuali, compiono un gesto semplice ma rivoluzionario: si tolgono il cappello in pubblico. Un atto apparentemente banale, ma in tempi di rigide regole sociali diventa segno di ribellione e libertà.

Sono Federico García Lorca, Maruja Mallo, Salvador Dalí, e Margarita Manso, membri della Generación del ’27, il gruppo di poeti e artisti che fra gli anni Venti e Trenta rivoluzionò la cultura spagnola con nuove forme di sperimentazione in letteratura, pittura e cinema. 

Se i nomi di Lorca e Dalì ci suonano familiari, quelli di Mallo e Manso restano quasi sconosciuti. Accanto a loro, Concha Méndez, Marga Gil Roësset, Rosa Chacel, Josefina De La Torre, María Teresa León e molte altre: scrittrici, artiste e intellettuali che parteciparono attivamente a quella stagione, ma che la storia ha ignorato per decenni. Oggi le conosciamo come Las Sinsombrero (“le Senza Cappello”), da gesto di sfida che, racconta Mallo, costò loro persino pietre lanciate dai passanti scandalizzati.

Il termine sinsombrero esisteva già nei primi del Novecento, ed indicava semplicemente chi si toglieva il cappello in pubblico in segno di protesta. Fu però proprio l’episodio di Puerta del Sol da cui nacque, anni dopo, il nome con cui sarebbero state ricordate le intellettuali che sfidarono le convezioni del loro tempo.

Quel coraggio, però, non bastò per salvarle dall’oblio. Per decenni il gruppo fu quasi cancellato dalla memoria culturale. Eppure, le Sinsombrero scrivevano, dipingevano, scolpivano, recitavano, illustravano e animavano riviste d’avanguardia: il loro contributo era pari a quello dei colleghi uomini, e la loro libertà creativa altrettanto intensa.

Maruja Mallo sviluppò uno stile pittorico visionario, fondendo elementi popolari spagnoli e suggestioni surrealiste, e creando un immaginario simbolico ricco e sfaccettato. Margarita Manso, pittrice e modella, esplorò fotografia e teatro con uno sguardo anticonvenzionale: il suo stile androgino, libero dalle regole del vestiario femminile tradizionale, divenne un simbolo di emancipazione femminile. Concha Méndez, tra le figure più autorevoli della Generación del ’27, fu poetessa, editrice e co-fondatrice di diverse riviste letterarie di rilievo che promossero gli scritti degli autori più significativi del suo tempo. Marga Gil Roësset, scultrice e illustratrice, disegnò figure dalla straordinaria vividezza e scelse di lavorare materiali durissimi come il granito, conferendo alle proprie sculture un’eccezionale corporeità. E non erano le sole: molte altre intellettuali condivisero quella stessa originalità e contribuirono a rivoluzionare la cultura spagnola del Novecento. 

Ma mentre artisti maschi come Pablo Picasso o Luis Buñuel entravano nella Storia, i nomi delle Sinsombrero svanivano. Determinanti furono i pregiudizi di genere: in un ambiente culturale prettamente maschile, le loro opere vennero sistematicamente sottovalutate, spesso ridotte a brevi trafiletti nei libri di letteratura - anche in quelli più recenti. Un ulteriore colpo di grazia arrivò con la dittatura franchista del 1939: il regime impose un modello di donna relegato al focolare domestico, mentre censura ed esilio di moltissimi intellettuali affievolirono inesorabilmente la loro autorevolezza, segnandone l’oblio. 

Tuttavia, le Sinsombrero non erano destinate a scomparire. Quasi un secolo dopo, nel 2016, la regista Tània Balló ha riportato alla luce le loro vite e le loro opere con il documentario e l’omonimo libro Las Sinsombrero: sin ellas, la historia no está completa, restituendo alla cultura spagnola il contributo di queste figure culturali e riabilitandole non come muse, ma come vere creatrici.

Riconoscere alle Sinsombrero il giusto peso storico significa anche interrogarsi sul doppio standard che la storia ha spesso riservato alle donne. Il peso dell’assenza invita a riflettere quasi più della loro esistenza: colmare questo vuoto vuol dire capire perché la memoria collettiva le abbia ignorate. Ricordarle oggi è un atto politico e civile: il loro oblio è la prova concreta di quanto, ancora oggi, alle donne venga richiesto di compiere molti più sforzi per ottenere lo stesso riconoscimento dei loro pari. Riconsegnare spazio e memoria significa ricostruire dalle macerie. 

Del resto, la stessa Concha Méndez lo raccontava in un aneddoto della sua gioventù, durante una discussione con la madre, che oggi ci risuona quasi come una profezia. “Ma perché non porti il cappello?” “Perché non ne ho voglia...” “Ma per strada ti tireranno le pietre” “Allora costruirò un monumento con esse”.


Fonti

  • Balló, Tània (2016), Las Sinsombrero, RTVE Play, https://www.rtve.es/play/videos/las-sinsombrero/

  • Balló, Tània (2016), Las Sinsombrero: sin ellas, la historia no está completa, Espasa

  • García Alfonso, Del Carmen María (2007), Con voz de mujer: memorias de las exiliadas republicanas, in Camblor Pandiella, Pérez Sánchez, Sánchez Torre (Eds.), Palabras reunidas para Aurora de Albornoz

 
 
 

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