Quando la voce diventa popolo: le mobilitazioni dal passato a oggi
- Jacqueline Colosimo
- 19 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Le manifestazioni, le proteste, i cortei, gli scioperi e le mobilitazioni di piazza costituiscono una componente fondamentale della storia politica e sociale.
Sono uno degli strumenti attraverso cui le persone fanno sentire la propria voce, rivendicano diritti, esprimono dissenso, solidarietà o desiderio di cambiamento. L’origine della pratica collettiva dello “scendere in strada” è molto antica. Già nelle società premoderne esistevano forme di protesta contro tasse ingiuste, fame, oppressione, spesso espresse tramite sommosse popolari o rivolte. Con lo sviluppo delle società moderne e delle democrazie, le manifestazioni si sono consolidate come strumenti di espressione pubblica del dissenso e di partecipazione politica, legati ai diritti civili, sociali ed economici.
Esempi storici sono gli scioperi operai per i salari e le condizioni di lavoro, le marce per il suffragio femminile, i cortei contro le guerre, le mobilitazioni per i diritti civili. In molti casi le manifestazioni sono state decisive nel provocare svolte storiche: hanno contribuito alla caduta di governi, all’ottenimento di riforme, alla conquista di nuovi diritti e al cambiamento dell’opinione pubblica.
In sostanza, fin dalle origini, la manifestazione è stata la voce collettiva di chi sente di non avere potere o rappresentanza: un modo per “contare” anche senza votare, per attirare l’attenzione di chi detiene il potere e far emergere temi ignorati o marginalizzati.
Le mobilitazioni possono essere convocate da sindacati, partiti politici, organizzazioni sociali o non governative, gruppi di cittadini, studenti, ma sempre più spesso anche da movimenti spontanei, orizzontali, nati “dal basso”.
L’organizzazione è cambiata profondamente: dalle strutture gerarchiche e centralizzate si è passati a modalità più fluide, come manifestazioni autoconvocate, assemblee informali e il massiccio utilizzo di internet e dei social media con account come friday for future o non una di meno o hashtag come #blacklivesmatter per organizzarsi.
Le rivendicazioni tradizionali riguardavano soprattutto il lavoro, il suffragio, le libertà civili, l’uguaglianza sociale, questioni economiche, ambientali e antirazziste. Tuttavia, tutte le manifestazioni hanno un filo comune: il richiamo alla dignità, alla giustizia e all’equità.
In questo senso rappresentano ancora oggi uno “strumento di potere popolare” per chi non si sente ascoltato dalle istituzioni.
Col tempo le manifestazioni hanno cambiato volto e funzione senza perdere importanza.
Oggi non servono più grandi organizzazioni per convocarle chiunque può promuovere una protesta grazie alla rete e per questo “lato positivo “ le manifestazioni diventano sempre più popolose, una cosa buona solo così si può fare la differenza. Inoltre si sono ampliati i temi: oltre a lavoro e politica, si protesta per i diritti civili, per l’ambiente e il clima, per la parità di genere, per la giustizia razziale, per la libertà di espressione e per la solidarietà internazionale.
Anche le forme si sono diversificate: oltre a cortei e scioperi troviamo sit-in, flash mob, occupazioni simboliche, performance artistiche, fino al digital activism, che unisce piazza fisica e piazza virtuale.
In molte società le manifestazioni sono diventate un indicatore del disagio sociale, soprattutto tra i giovani, e un mezzo per rendere visibili problemi strutturali come
disuguaglianze, crisi economiche, fragilità politiche ed emergenze ambientali.
Nel 2024, ad esempio, il numero di manifestazioni “di spiccato interesse per l’ordine pubblico” è cresciuto del 40% nei primi due mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2023, segno di un ricorso sempre più frequente alla piazza come mezzo di protesta.
I temi trattati oggi sono molteplici: lavoro, crisi economica, precarietà, diritti sociali, ambiente, ma anche questioni internazionali e di solidarietà.
Un esempio recente è la mobilitazione globale contro la guerra a Gaza con cortei e scioperi in decine di città in Italia e nel resto del mondo.
È tuttavia necessario distinguere tra una partecipazione di natura prevalentemente emotiva, sollecitata per esempio dalle immagini e dalle testimonianze e invece una partecipazione realmente informata, fondata su un’analisi consapevole delle dinamiche storiche, politiche e umanitarie del conflitto.
Queste manifestazioni non esprimono solo dissenso verso un conflitto, ma chiedono ai governi di interrompere legami militari, sospendere esportazioni di armi e assumere posizioni politiche concrete.
Nel resto del mondo sta crescendo anche il fenomeno delle Gen Z protests, movimenti guidati da giovani fortemente critici verso le élite, la corruzione, la disuguaglianza,
l’autoritarismo, la precarietà e le crisi climatiche. Giovani che chiedono più diritti, giustizia sociale e tutela dell’ambiente.
A cosa servono oggi le manifestazioni?
Le funzioni principali sono diverse:
• Portare all’attenzione pubblica problemi ignorati dalla politica o dai media.
• Fare pressione sul potere politico e istituzionale per ottenere leggi e cambiamenti.
• Creare coesione sociale tra persone e generazioni diverse su temi globali.
• Dare voce a chi è escluso dai canali tradizionali.
• Stimolare cambiamenti culturali e sociali, modificando l’immaginario collettivo e il dibattito pubblico.
Oggi le manifestazioni, pur restando uno strumento rilevante di espressione democratica, non posso fare determinate cose tra cui:
non sono in grado di produrre da sole cambiamenti politici immediati;
non possono sostituire i processi istituzionali e le competenze tecniche necessari per affrontare questioni complesse;
non garantiscono una rappresentanza stabile;
non assicurano un dibattito pubblico equilibrato;
non possono controllare la narrazione mediatica che le riguarda.
Tuttavia, le sfide sono crescenti: limiti, repressione e delegittimazione.
In molti Paesi, anche europei, lo spazio della protesta si sta restringendo con leggi più severe, limitazioni alla libertà di manifestare e repressione anche di cortei pacifici.
Spesso i manifestanti vengono demonizzati dai media o dai politici, etichettati come “estremisti” o “violenti” anche quando la protesta è non violenta. Questo riduce l’efficacia del dissenso e scoraggia la partecipazione.
Nonostante tutto, le manifestazioni restano uno degli strumenti più potenti e visibili della democrazia reale: permettono di unire persone diverse attorno a una causa comune e di rendere visibili problemi che altrimenti resterebbero nascosti.
In un mondo attraversato da crisi economiche, cambiamenti climatici, disuguaglianze, guerre e diritti negati, le manifestazioni rappresentano spesso l’ultima risorsa per chi non si sente ascoltato.



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