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Quanto è scomodo un corpo che non chiede permesso?

Nella cultura classica il nudo, simbolo di bellezza ideale, perfezione fisica e virtù morale, non era soltanto un corpo, ma la metafora di un perfetto equilibrio tra forma e spirito.

Ancora oggi, le foto e i dipinti che raffigurano corpi “perfetti” vengono ammirati come modelli di proporzione e armonia.

Di fronte a un nudo reale, però, la reazione cambia: emergono vergogna, scandalo e disagio.


Perché un corpo non è mai soltanto un corpo.

È controllo, controversia, libertà.


Nel 1808 Canova, nel suo ritratto di Paolina Borghese, la rappresenta in forma ideale, simile alle Veneri celebrate dalla storia dell’arte, ma con il volto riconoscibile.

Il corpo non può più nascondersi dietro il mito: diventa scandalo agli occhi di una società borghese, imprigionata da dogmi sociali e religiosi che stabilivano cosa fosse accettabile guardare.


All’Ottocento parigino appartengono anche altri esempi di opere criticate per la loro rappresentazione cruda della realtà.

Il pubblico era abituato a vedere nelle gallerie solo società idealizzate, e artisti come Manet furono più volte rifiutati dalle giurie quando tentarono di rappresentare il mondo così com’era — con tutte le sue contraddizioni.

La celebre Olympia, una prostituta che mostra con sicurezza la propria nudità, rompe ogni convenzione.

Non è più la Venere idealizzata, ma una donna reale che riflette la società, provocando indignazione e scandalo.


Oggi la censura non è più solo sociale o religiosa: è algoritmica.

I filtri digitali decidono cosa possiamo vedere o meno, cosa è educativo o eccessivo.

Ma i veri giudici rimaniamo noi, con i nostri sguardi incapaci di accogliere la nudità nella sua realtà.


Ammiriamo corpi idealizzati e ci scandalizziamo di fronte a ciò che è autentico.

Il nudo resta ribellione, libertà, creatività.

Eppure, per chi osserva, può ancora apparire volgare.


Forse il problema più profondo non risiede nei dogmi del buon costume, ma nei nostri occhi.

Non siamo pronti a confrontarci con un’arte che spoglia noi tanto quanto i suoi soggetti.

E allora giudichiamo, ci sentiamo a disagio, come gli spettatori di corte di fronte a Paolina Borghese.


Perché, in fondo, cosa c’è di più scomodo di un corpo che non chiede permesso.

 
 
 

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