Saltburn ha ucciso The Truman Show
- Naomi Cataldo
- 4 nov 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Quando uscì nel 1998, The Truman Show mise in scena una delle più potenti allegorie del controllo nell’era mediale: una persona la cui vita intera era una messinscena trasmessa in diretta, un esperimento diegetico che confondeva realtà e rappresentazione. La regia invisibile di Christof incarnava un potere verticale e totalizzante, quello dello sguardo che definisce il reale e ne monetizza l’esistenza. Truman non sceglieva di essere osservato, era l’oggetto di un sistema che confondeva autenticità e intrattenimento.
Venticinque anni dopo, Saltburn capovolge quel paradigma. Il controllo non arriva più dall’esterno: è interiorizzato. Non esiste un regista onnipotente, né un pubblico obbligato, ma un individuo che si dirige, si plasma, si racconta. Oliver non subisce la messa in scena: la costruisce. Non è osservato, ma osserva. Il potere non è più un dispositivo imposto, ma una dinamica che desideriamo e riproduciamo ogni giorno, consapevolmente o meno.
Se The Truman Show mostrava la nascita del controllo mediatico, Saltburn rappresenta la sua piena interiorizzazione. Non abbiamo più bisogno di una telecamera puntata addosso, perché quella telecamera vive ormai dentro di noi. Nell’epoca di Truman la paura era essere guardatə; oggi è non esserlo abbastanza. La visibilità è diventata una forma di sopravvivenza: ogni profilo, ogni post, ogni storia è una micro-conferma di esistenza.
Nel film di Weir, la realtà è una costruzione imposta: un mondo perfettamente geometrico, colorato, rassicurante, ma privo di libertà. In quello di Fennell, la realtà è una costruzione volontaria, desiderata, sensuale. L’aristocrazia di Saltburn diventa simbolo di un’epoca che non si limita più a osservare le immagini: vuole diventarle. Oliver non cerca la verità dietro la finzione, ma sceglie di incarnarla, di abitarla fino a perdersi.
In questo passaggio si consuma la vera evoluzione dello sguardo. Da un controllo autoritario e verticale si passa a un controllo orizzontale e partecipativo: non ci viene più imposto cosa guardare, ma veniamo invitatə a mostrarci, a costruirci, a metterci in scena. La libertà coincide con la performance, l’identità con la rappresentazione.
The Truman Show crede ancora in un “fuori”, in un mondo autentico oltre il set. Saltburn ci dice che quel fuori non esiste più: che la realtà è un filtro, un riflesso, una narrazione condivisa. Oliver non fugge dalla finzione, la orchestra. La sua vittoria è illusoria, perché lo spettacolo si nutre di apparenza e si estingue appena perde pubblico.
Oggi il cinema ci ricorda che non servono più set né riflettori per costruire un mondo finto: basta un profilo. Il reality non è più un genere, ma una condizione collettiva. Tuttə recitiamo, tuttə osserviamo. I ruoli si confondono, il confine tra realtà e rappresentazione si dissolve.
Forse Saltburn non ha distrutto The Truman Show: lo ha completato. Truman cercava di uscire dal palcoscenico, Oliver ci danza dentro. E mentre scorriamo lo schermo, sorridendo ai riflessi che chiamiamo vita, non ci chiediamo più se siamo Truman o Oliver. Perché, in fondo, lo siamo tuttə: spettatorə e performer, osservatorə e osservatə, reali e costruiti allo stesso tempo.



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