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Scrivere ciò che si vede e morire per raccontarlo

“L'unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede.”


Così affermava la giornalista Anna Politkovskaja, reporter della Novaja Gazeta, assassinata il 7 ottobre 2006 a Mosca. Diciannove anni dopo, nel pieno del genocidio a Gaza, la sua voce torna a interrogarci: cosa significa oggi fare giornalismo libero?

Nata a New York da genitori diplomatici, Politkovskaja legò il suo nome alla Russia. Dal 1999 collaborò con la Novaja Gazeta, giornale critico verso Vladimir Putin, documentando la seconda guerra cecena e denunciando violazioni dei diritti umani, abusi di potere e corruzione. Il suo impegno le costò la vita: il 7 ottobre 2006 venne uccisa nell’ascensore di casa. Gli esecutori furono condannati, ma i mandanti non sono mai stati identificati.

Ricordarla oggi significa anche confrontarsi con il presente. Il 7 ottobre segna infatti l’inizio dell’attuale escalation israelo-palestinese. Secondo Reporters Sans Frontières, dal 2023 oltre 210 giornalisti palestinesi sono stati uccisi: numeri senza precedenti, che rivelano un silenzio imposto con la forza. Ogni giorno i reporter documentano bombardamenti, fame e violenze, sfidando la cortina di disinformazione che spesso domina i media occidentali.

Il tragico epilogo della vita di Politkovskaja e la minaccia alla libertà di informazione a Gaza ricordano quanto possa essere pericoloso, ma al contempo vitale, il lavoro di chi sceglie di rimanere fedele al proprio dovere di testimonianza. Politkovskaja incarnava un giornalismo che non sfida l’ordine costituito per provocazione, ma per raccontare con accuratezza e coraggio ciò che vede.

In un presente tanto fragile quanto complesso, pretendere che tutto questo non accada più significa difendere un bene comune: la libertà di stampa. Significa proteggere il diritto di conoscere la verità e chi, ogni giorno, lotta per raccontarla e garantirla.

La domanda, quindi, si trasforma: quanto siamo disposti a considerare fondamentale la ricerca della verità?

 
 
 

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