Se non la vedi, non significa che non c'è.
- Jacqueline Colosimo
- 3 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Ogni anno, il 3 dicembre, in tutto il mondo si celebra la Giornata Mondiale della Disabilità, un appuntamento istituito dalle Nazioni Unite nel 1992 con un obiettivo chiaro: promuovere i diritti, il benessere, l'inclusione e la piena partecipazione delle persone disabili alla vita sociale, culturale ed economica.
Un tema che non riguarda solo una parte della popolazione, ma l’intera società, poiché la qualità di una comunità si misura anche dalla sua capacità di includere e valorizzare tutte le pluralità.
Secondo l’ONU, oltre 1,3 miliardi di persone nel mondo vivono con una disabilità (circa il 16% della popolazione globale). In Europa riguarda una persona su quattro sopra i 16 anni (dati Eurostat 2024). In Italia, secondo l’ISTAT, sono quasi 3,1 milioni. Eppure il tasso di occupazione delle persone con disabilità rimane inferiore di oltre 20 punti percentuali rispetto alla media europea.
La giornata del 3 dicembre non dovrebbe essere una celebrazione simbolica, ma un’occasione per riflettere sui progressi compiuti e sulle sfide ancora aperte. Accessibilità, istruzione, lavoro, mobilità, servizi: sono molti i fronti su cui le barriere fisiche, culturali e digitali continuano a limitare il pieno esercizio dei diritti.
Nonostante i progressi, il divario tra principi e realtà resta evidente.Molte persone con disabilità devono ancora fare i conti con ostacoli quotidiani, spesso invisibili a chi non li vive direttamente.
A queste barriere materiali si aggiunge una barriera culturale altrettanto forte: l’abilismo, ovvero l’insieme di stereotipi e aspettative che considerano la persona con disabilità “inferiore”, “da aiutare”, “da compatire”. È una forma di discriminazione radicata e spesso inconsapevole, che influisce sul linguaggio, sui media, sulle politiche pubbliche e sui rapporti quotidiani. Senza affrontare l’abilismo, nessuna infrastruttura sarà mai davvero inclusiva.
L’inclusione non si costruisce solo con leggi e infrastrutture, pur fondamentali, ma soprattutto con un cambiamento di mentalità.
Una delle barriere meno discusse è quella della disabilità invisibile. Non tutte le disabilità si vedono: disturbi neurologici come ADHD, autismo, epilessia, disturbi dell’elaborazione sensoriale, patologie croniche, dolore invisibile, malattie autoimmuni, problemi di salute mentale. Sono condizioni che non lasciano un segno evidente, ma incidono profondamente sulla vita quotidiana di chi le vive.
Proprio perché invisibili, queste forme di disabilità vengono spesso ignorate o minimizzate: chi ne soffre si sente dire “ma stai bene”, “non sembri disabile”, oppure non ottiene supporto perché non risponde all’immagine stereotipata di cosa “dovrebbe” essere una disabilità.
Riconoscere le disabilità invisibili significa riconoscere che l’inclusione non passa solo attraverso l’abbattimento delle barriere fisiche, ma anche di quelle culturali: l’idea che una persona debba ‘mostrare’ la propria condizione per essere creduta o rispettata.
Un ruolo decisivo lo hanno anche il linguaggio e la rappresentazione nei media. Le persone con disabilità vengono ancora descritte in modo pietistico (“costrette su una sedia a rotelle”) o eroico (“un esempio per tutt*”), due narrazioni distorte che riducono la loro soggettività. Un linguaggio inclusivo e accurato contribuisce a cambiare la percezione sociale più di molte campagne ufficiali.
La disabilità non è una condizione “di qualche persona”, ma può toccare chiunque e in qualunque momento della vita. Ripensare ambienti, servizi, linguaggio e relazioni in chiave inclusiva non è un favore verso una minoranza, ma un investimento per un futuro più equo e umano per tutt*.
Molte associazioni, scuole e istituzioni, in occasione di questa giornata, organizzano incontri, laboratori e iniziative di sensibilizzazione, perché conoscere è il primo passo per comprendere e includere.
Inoltre, le innovazioni digitali stanno aprendo nuove possibilità concrete di inclusione: dai software di lettura vocale e i sistemi di comunicazione aumentativa, alle piattaforme progettate secondo i principi della Web Accessibility (WCAG 2.2). Tuttavia, la tecnologia non basta e deve essere economicamente accessibile, facilmente utilizzabile e accompagnata da formazione adeguata, altrimenti rischia di creare nuove barriere digitali anziché eliminarle.
La Giornata Mondiale della Disabilità ci ricorda che l’inclusione non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana fatta di attenzione, rispetto e gesti concreti.Significa ascoltare, creare spazi accessibili, garantire pari opportunità, valorizzare le competenze e, soprattutto, riconoscere la dignità di ogni persona.
Perché ciò avvenga, servono politiche concrete e continuative: più fondi per l’abbattimento delle barriere architettoniche, incentivi alle imprese che assumono persone con disabilità, programmi di formazione specifici, trasporti realmente accessibili e controlli più severi sul rispetto delle norme. L’inclusione non è un traguardo spontaneo, è il risultato di scelte politiche misurabili.
Costruire un mondo senza barriere visibili e invisibili è una responsabilità collettiva.E il 3 dicembre è l’occasione per ricordarlo, ma l’impegno deve proseguire ogni giorno dell’anno.
L’inclusione si costruisce anche attraverso gesti quotidiani: chiedersi se un luogo è accessibile, usare un linguaggio rispettoso, non dare per scontate le proprie possibilità fisiche e psicologiche, amplificare le voci delle persone con disabilità invece di parlare al loro posto. Una società più giusta nasce anche da questo.
E invece tu, cosa faresti?



Commenti