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Smetti di correre: oggi è l'unico giorno che hai

Tiziano, allegoria della prudenza


“Voglio godere il presente, e il passato sia il passato” (I Dolori del giovane Werther) - Goethe

Questo è ciò che scriveva il giovane Werther nella lettera del 4 maggio 1771 a Wilhelm. Concentrarsi su una cosa alla volta, praticare la gratitudine e accettare le cose così come sono, lasciando andare il peso del passato e le preoccupazioni per il futuro. È evidente, e molto chiaro, come questo personaggio rappresenti l’incarnazione dell’uomo moderno, alienato dalle strutture capitaliste, strutture che evidenziavano sempre di più il dovere dell’individuo di essere “impegnato”, di trovare un posto nel mondo, un lavoro che gli permettesse di misurare la propria dignità rispetto alle nuove menti razionali e calcolatrici. O, in alternativa, si diventava impassibili, senza sentimento, impersonali e oggettivi, per difendersi da un nuovo modo di vivere. In un contesto del genere, il profitto veniva ritenuto più importante del valore intrinseco della vita, un valore legato all’esperienza e alla spiritualità. L’uomo doveva creare, produrre, guadagnare, inventarsi escamotage per essere i primi, per stare al passo, per sentirsi degni. Werther, di fronte alla natura, non riusciva più a fondersi in essa. La percepiva corrotta, traditrice, perché si era più volte mostrata al passo con le innovazioni dell’uomo. Per godere di quello spettacolo che, in letteratura e in arte, chiamiamo Sublime, doveva scrivere, rappresentarla, darle un senso tutto proprio, quasi come a costruirla. E del resto, amico mio, questo impulso che mi spinge a cambiare condizione non è forse un'intima, morbosa impazienza che ovunque mi perseguiterà? (Lettera del 22 agosto 1772) Un'affermazione che descrive quella disperata sete di emozioni sempre nuove, un desiderio che certamente caratterizza Werther nel corso del romanzo, ma anche un proposito di miglioramento: il desiderio di affrontare e superare la sensazione di noia di fronte alla banalità del quotidiano. Tornando ai giorni nostri, è evidente che poco è cambiato. Le vicende narrate nel romanzo non sono poi così lontane dalla nostra realtà. Quello che Goethe scriveva ha trovato piena realizzazione nel nostro mondo moderno. Guardandoci allo specchio, analizzando le nostre vite, i nostri modi di pensare, possiamo vedere come quel senso di alienazione e di corriera verso il profitto sia ancora vivo, radicato nella nostra società. Viviamo in un mondo che ci vede protagonisti delle nostre attività: studi, lavoro, profitto e, soprattutto, il livellamento sociale. Ci manca la capacità di trovare un momento di sensibilità verso il mondo: davanti a un tramonto, al sole che cala, alla pioggia che cade facendo rumore, alla vista di un prato fiorito. Noi siamo lì, a fotografarla e poi a pubblicarla, per avere il consenso di aver vissuto davvero, come se qualunque cosa facessimo avesse un significato solo se mostrato agli altri. Corriamo troppo, facciamo troppo, e per questo non viviamo davvero. Forse dovremmo riprendere quel vizio di “andarcene via”, ma non da una città all’altra, bensì da tutte quelle cose che ci abitano dentro, che la società ci ha tatuato addosso fin dalla nascita: diplomarsi, laurearsi, sposarsi, avere figli, un mutuo, fare tutto prima dei 30 anni, trovare un lavoro stabile, guadagnare, pensare al futuro, ai prossimi profitti, ai prossimi investimenti. E nel frattempo, noi scompariamo. Quello che ci circonda svanisce: amici, genitori, nonni, zii, cugini… Non voglio dire che bisogna restare legati alla “casa paterna”, ma solo che dovremmo dare più spazio all'amore, alla vita, a un sorriso, a un pranzo condiviso, a un caffè, a quattro chiacchiere, anche a un discorso politico che non ci piace. Dobbiamo vivere la vita. Non possiamo scappare da questi schemi, né tantomeno cambiarli domani, ma possiamo svegliarci oggi. Possiamo renderci conto che oggi possiamo vivere, baciare, abbracciare, perché domani sarà già troppo tardi.


 
 
 

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