The only quiet woman is a dead one: come Silvya Plath racconta la vita delle donne
Sylvia Plath è la scrittrice americana più amata del XX secolo. La scrittura ha sempre abitato la sua vita e, infatti, grazie ad essa ha creato magnifiche poesie. Il suo stile, così singolare e introspettivo, ha dato vita ad un legame tra lei e migliaia di lettori. Attraverso quelle righe molti hanno colto la sua sofferenza e un'immensa forza interiore.
Nasce il 27 ottobre del 1932 a Boston. A otto anni suo padre muore e questa perdita precoce segna inevitabilmente la sua infanzia. Nel corso dell’adolescenza annota i suoi pensieri, dubbi e riflessioni. Nel 1950, Sylvia Plath inizia a frequentare lo Smith College ed è proprio in quel primo anno che tenta il suicidio. Da lì a poco ottiene un'importante borsa di studio Fulbright. L’incontro con Ted , suo futuro marito, cambia la sua vita. I due si sposano, ma da lì a poco Sylvia prende coscienza dei tradimenti. Non smette mai di scrivere poesie e nel 1960 pubblica la sua prima raccolta poetica: Il colosso. Tre anni dopo uscì il suo unico e magnifico romanzo, Campana di vetro. La salute mentale di Sylvia Plath peggiorò finché la mattina dell’11 febbraio del 1963 si suicidò. I suoi scritti andarono perduti, anche a causa del marito, che decise di distruggere parte dei suoi diari.Questo tentativo di censura fu poco utile, poiché quei versi, così carichi di dolore, sarebbero giunti dritti nei cuori di migliaia di lettori. Nel 1982 ottenne il premio Pulitzer postumo, conferma di una grande scrittrice. Una grande scrittrice, che - nel tentativo di raccontare il suo dolore- riuscì a dar voce a quello di molti.
I lettori, ma soprattutto le lettrici, di Plath rivedono nei suoi scritti le loro stesse paure e timori. Nei suoi scritti, nelle sue poesie e in quel che è arrivato a noi dei suoi diari, Plath riesce a dar voce all’abietto, ad un terrore che non ha nome, ma che fa parte di tuttə noi.
In Campana di vetro, Esther descrive la propria vita come un albero. Incantata, si immagina di fronte ad un lussureggiante albero di fichi. Maestoso, pieno di frutti, ogni ramo rappresenta una strada che potrebbe prendere, un futuro che potrebbe vivere. I fichi, polposi e di un invitante viola intenso, simboleggiano le scelte che può prendere, chi può essere.Davanti a tutta questa meraviglia, Esther è bloccata perché non può gustare tutti i fichi che vuole. Ne può scegliere solo uno.Non possiamo vivere più vite, ne abbiamo solo una e dobbiamo godercela fino in fondo. Chi sarà, quindi? Una casalinga in un matrimonio felice e con prole al seguito? Diventare professoressa? Scrivere poesie? Come si fa a scegliere?La tragedia di Esther risiede nell’obbligo di dover scegliere e nell’impossibilità di poter sperimentare ogni possibile versione della vita. L’indecisione, però, la porta a perdere tutto. Paralizzata, guarda i fichi maturare, cadere e marcire a terra. La sua fame rimane insoddisfatta e la sua indecisione si trasforma, involontariamente, nella scelta peggiore. Esther, come molte altre giovani donne, prova quella paura opprimente nel dover scegliere cosa e chi essere nella vita. Un terrore paralizzante che parla a tutte noi.
Ancora oggi la penna di Sylvia Plath continua a descrivere la vita delle donne in un modo brillante, sofisticato ed empatico. Non è raro aprire i suoi diari e potersi immedesimare in lei, anche se si vive una vita molto diversa dalla sua. Plath parla della paura di essere inutile, di aver rincorso per anni una promessa che da lontano sembrava luccicante, ma che non si riesce mai a raggiungere o, se si è fortunate abbastanza da riuscirci, non si avvicina nemmeno lontanamente alle aspettative che ci eravamo costruite nella nostra mente. Nel suo diario, Sylvia Plath mette nero su bianco questa paura. “Quello che mi terrorizza di più è l’idea di essere inutile. Ben istruita, brillantemente promettente e sbiadire in una mezza età indifferente”. Un timore che, nella società contemporanea più che mai, è sempre più concreto. Viviamo in un momento storico in cui un’intera generazione di donne ha più libertà e diritti rispetto alle loro stesse nonne. In molte famiglie, solamente ora molte donne stanno sperimentando l’essere le prime del loro albero genealogico a scegliere di non aver figli, viaggiare all'estero, avere un conto intestato a proprio nome, laurearsi. Eppure continuiamo a doverci fare sempre più piccole per continuare a soddisfare standard e rispettare regole sociali che non abbiamo chiesto e sentiamo strette. Il gender gap, i lavori di cura non retribuiti di cui ci dobbiamo fare carico, le quote rosa insufficienti, il dover ancora scegliere se diventare madre o proseguire con la propria carriera. A noi donne ci si chiede di scegliere, di rinunciare costantemente a qualcosa.
Nel 1965, due anni dopo la morte di Sylvia Plath, esce Ariel, la raccolta che consacra la poetessa americana come una delle voci più radicali del Novecento. Tra i testi che la compongono, due poesie sembrano dialogare da poli opposti dell'esistenza: Morning Song, scritta per la nascita della figlia Frieda nel 1961, ed Edge, l'ultima poesia composta da Plath, pochi giorni prima della sua morte, nel febbraio 1963. Nascita e morte, principio e fine: eppure, leggendole insieme, emerge come in Plath questi due poli non siano opposti, ma riflessioni della stessa domanda — che cosa significa essere un corpo che genera, che sente, che infine si consuma?
Morning Song si apre con un'immagine spiazzante: la nascita non viene raccontata come compimento, ma come un meccanismo che si è messo in moto da solo, quasi estraneo alla madre. Plath descrive il proprio corpo e la propria identità come messi in scacco dall'arrivo della figlia, che viene paragonata a un oggetto prezioso e insieme a un elemento atmosferico, mutevole, non del tutto suo. In dei versi “New statue in a drafty museum, your nakedness shadows our safety. We stand round blankly as walls” la definisce una "nuova statua", la cui nudità, in un museo pieno di correnti d'aria, fa ombra alla sicurezza di chi le sta intorno, immobile come un muro — riducendo la neonata a qualcosa di esposto, ammirato, ma anche freddo, distante, oggetto di uno sguardo museale più che di un abbraccio. Questo è il cuore filosofico della poesia: la maternità come spossessamento più che come possesso. La cultura patriarcale — e non solo — ha da sempre raccontato la maternità come compimento naturale della femminilità, come istinto pieno e immediato. Plath rifiuta questa retorica: la madre che scrive non riconosce subito la propria voce in quella nuova vita. C'è distanza, straniamento, persino un certo pudore verso un legame che dovrebbe essere scontato e invece va costruito, notte dopo notte, poppata dopo poppata. La poesia si chiude con un'immagine più tenera, quella dei suoni del bambino che salgono come palloncini nell'aria del mattino — ma anche qui, il "canto mattutino" del titolo non è la voce della madre: è quella del figlio che, crescendo, comincia a possedere un linguaggio proprio, separato.
Filosoficamente, Morning Song anticipa temi che il pensiero femminista svilupperà negli anni successivi, a partire dall'idea di Julia Kristeva secondo cui la maternità è esperienza di alterità radicale: la madre porta dentro di sé, e poi genera, un essere che è insieme parte di lei e irriducibilmente altro. Non c'è armonia idilliaca, ma una negoziazione costante tra fusione e separazione, tra il corpo che dona e il corpo che si sente svuotato.Se Morning Song racconta un corpo che si scinde per dare vita, Edge racconta un corpo che si ricompone nella morte. La poesia si apre con un'affermazione che ha inquietato generazioni di lettori: la donna è "perfetta" ora che è morta, il suo corpo disposto come su un piedistallo, i piedi nudi che sembrano dire siamo arrivati fin qui, è finita.“Body wears the smile of accomplishment, The illusion of a Greek necessity”: Plath descrive il corpo come se indossasse il sorriso di un compimento raggiunto, l'illusione di una necessità quasi greca — non di dolore, non di sconfitta, ma di un traguardo. È qui che Edge si allontana da una lettura puramente clinica o biografica del suicidio, per toccare una dimensione più propriamente filosofica: la morte come estetica del compimento. Plath non descrive la morte come interruzione violenta, ma come geometria che si chiude, come un giardino notturno i cui petali — la donna e i due bambini accanto a lei, richiamo diretto e doloroso alla propria vita — si raccolgono per l'ultima volta, simili ai petali di una rosa che si richiude su se stessa.
In questa immagine si può scorgere un'eco del pensiero di Georges Bataille sulla morte come momento di massima intensità dell'essere, l'unico istante in cui l'esistenza tocca la propria pienezza proprio perché si consuma. E si avverte, forse ancora più fortemente, l'ombra del mito: Plath, in altre poesie della stessa raccolta, si identifica con figure che muoiono e rinascono — Lazzaro, la fenice. In Edge il ciclo mitico sembra invece arrestarsi: qui non c'è promessa di ritorno, solo un compimento definitivo, quasi lunare — la luna stessa, nella poesia, osserva la scena "da un cappuccio d'osso", indifferente, come se la morte non fosse un dramma umano ma un fenomeno naturale, ciclico, privo di redenzione ma anche privo di condanna.Leggere Morning Song ed Edge, una accanto all'altra, significa scoprire che, in Plath, il corpo femminile è sempre un luogo di soglia. Nella maternità, il corpo si apre e cede parte di sé a un'altra vita, sperimentando l'alterità come fatica e come meraviglia insieme. Nella morte, il corpo si richiude, si fa infine "perfetto" proprio perché smette di dover contenere, generare, rispondere alle richieste del mondo.
C'è una domanda che attraversa entrambe le poesie, ed è forse la domanda più autenticamente filosofica di tutta l'opera di Plath: a chi appartiene il corpo di una donna? Non del tutto a lei stessa, sembra rispondere Morning Song — è donato, ceduto, condiviso con chi genera.Non del tutto a lei stessa, risponde anche Edge, ma qui il non appartenersi diventa, paradossalmente, l'unica forma di libertà raggiungibile: nella morte, il corpo smette di essere funzione (materna, sociale, sessuale) e diventa, per la prima e ultima volta, pura forma. Plath non offre consolazione, né nell'una né nell'altra poesia. Offre qualcosa di più scomodo e più prezioso: la testimonianza lucida di un'esistenza che ha sentito il proprio corpo come campo di battaglia costante tra il dare vita e il volersi sottrarre alla vita — due gesti che, nella sua scrittura, finiscono per assomigliarsi più di quanto si vorrebbe ammettere.



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