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Trauma senza volto: la guerra come immagine e non come esperienza

22 giu
Tempo di lettura: 5 min

28 febbraio 2026, Teheran. Le operazioni “Epic Fury” e “Ruggito del Leone”, coordinate da Stati Uniti ed Israele, lanciano i primi raid sulla capitale iraniana, uccidendo la Guida Suprema del regime, l’ayatollah Ali Khamenei e alcuni funzionari di stato. Altre città del paese vengono bombardate, lo stretto di Hormuz immediatamente chiuso.

A meno di un mese dall’apparente freno alle grandi proteste in piazza, l’Iran torna al centro dello spettacolo digitale dell’Occidente. La guerra scorre davanti ai nostri occhi, la sofferenza diventa un flusso di contenuti e il reale si presenza solo nella forma addomesticata della rappresentazione. Questo fenomeno mediatico si scardina dalle logiche giornalistiche di informazione, assumendo una definizione precisa: la spettacolarizzazione del trauma.

Secondo il sociologo Jeffrey C. Alexander, il trauma culturale è un processo simbolico e sociale. Un avvenimento diventa traumatico solo quando viene interpretato e rappresentato come tale da una collettività, producendo ferite e fratture nella sua identità e memoria condivisa. L’Iran si presenta quindi come caso emblematico per rileggere questa dinamica; la guerra è prodotta – anche – dall’Occidente ma qui viene consumata come simulazione, come immagine. Il trauma supera il coinvolgimento arrivando direttamente nei nostri schermi, e non solo.

Eppure gli effetti del conflitto non restano invisibili. Una settimana dopo i bombardamenti di Teheran, lo STOXX 600, l’indice che raggruppa i principali titoli quotati sui mercati azionari europei, indica una perdita complessiva di circa 918miliari di euro di capitalizzazione, chiudendo in perdita fra lo 0.6 e l’1%. Il Wall Street Journal riporta, a due settimane dall’inizio del conflitto, la valutazione di un’alta funzionaria del Pentagono in merito alla perdita di 25-35 miliardi di dollari, mentre ad oggi l’inflazione del paese tocca il 3.8%, il livello più alto degli ultimi tre anni. Dal 4 marzo, la chiusura dello stretto di Hormuz ha impedito il transito del 90% delle navi, bloccando la circolazione di un quinto del petrolio mondiale e un quarto del gas naturale, e provocando pesantissime ripercussioni economiche. Non è solo una questione di pagare di più il pieno dell’auto. Petrolchimica, logistica e agroalimentare sono solo alcuni dei settori gravemente intaccati dal vertiginoso aumento dei prezzi, danneggiando reperibilità e accessibilità. La crisi economica si ripropone in una quotidianità condivisa, fatta di lamentele al distributore di carburante o all’aeroporto per i voli cancellati, in un quadro di fragilità e instabilità geopolitica palpabile. Il disturbo economico è il punto di rottura in cui la guerra smette di essere solo immagine e ritorna come Reale nelle nostre vite materiali. Ma questo ritorno non incrina davvero la nostra percezione. La crisi economica perde il contesto conflittuale in cui è nata, traducendosi in grafici, percentuali e analisi tecniche: non diventa trauma, non diventa memoria collettiva. È qui che si apre quello che Zizek chiama “Deserto del reale”, uno spazio in cui il Reale irrompe ma viene subito neutralizzato come rappresentazione.

La percezione dell’evento ha però, nel caso della guerra in Iran, qualcosa di singolare. Nel 2002 Slavoj Zizek crea un parallelismo cinematografico dalla sorprendente lettura post-ideologica. In “Benvenuti nel deserto del Reale” la riflessione mira ad evidenziare la frattura dell’ordine simbolico condiviso dei cittadini di New York dopo l’attentato dell’11 Settembre. Per chi quel giorno era presente al WTC, l’attentato rappresenta un’irruzione traumatica del Reale – in senso lacaniano – accompagnato dal crollo di una realtà occidentale protetta e virtualizzata. Il titolo del saggio di Zizek si rifà alla famosa citazione di Morpheus in Matrix I, quando a Neo viene mostrato il mondo dietro alla simulazione in cui tutti vivono, fatto di distruzione, morte, collasso. Il Reale ritorna, almeno per un momento – l’11 settembre allora, la crisi economica ora – come tangibile, per poi venir trasformato in immagine, video, dato numerico: un processo di ri-virtualizzazione che permette di addomesticare l’impatto dell’evento (traumatico o no). L’Occidente non vive la guerra come esperienza diretta, ma come disturbo del proprio sistema di simulazione. Il Reale ritorna, ma ritorna come dato, non come esperienza. Gli avvenimenti dell’11 settembre diventano esperienziali: se da una parte il trauma eccede la rappresentazione, dall’altra la mediazione incornicia simbolicamente l’accaduto e lo rende più guardabile al vasto pubblico. Non succede lo stesso con l’Iran?

Fino al 28 febbraio l’Iran era raccontato attraverso i corpi: le proteste, le donne, la repressione. Da quando gli interessi si sono spostati il paese è invece raccontato attraverso i mercati: il petrolio, Hormuz, le rotte energetiche. Non è cambiato l’Iran, è cambiato il modo in cui noi lo guardiamo.

Žižek pone una domanda che mina le fondamenta della coscienza occidentale: “e se l’11 settembre non fosse accaduto nulla di epocale?” (Žižek, 2002, p.52). L’attentato viene letto come l’opportunità data agli Stati Uniti di prendere coscienza di quale mondo facessero parte, di prendere atto del contesto che, in parte, loro stessi avevano alimentato. La crisi economica rilancia lo stesso quesito. I cinquant’anni precedenti parlano di grandi responsabilità americane, alla luce degli avvenimenti della guerra fredda, che si sono tradotti in ora le vittime siamo (finalmente) noi. E il vittimismo parte dalla legittimazione della violenza, dell’attacco, delle bombe. Diventa evidente come allora i discorsi di democrazia, giustizia e diritti siano ridotti alla superficie di meccanismi di disciplina della biopolitica. Il deserto del reale e l’interruzione traumatica dell’ordine simbolico permettono al discorso politico di intervenire con assetto riorganizzativo.

Chi resta allora come oggetto del Reale? Chi lo subisce senza filtri e senza simulazione?

I report dell’ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR) più recenti  indicano che dall’inizio dell’attacco israelo-americano, in due mesi almeno nove persone sono state giustiziate in relazione alle proteste di gennaio, dieci per presunta appartenenza a gruppi di opposizione, due per spionaggio. Si stima che più di 4000 persone siano state arrestate, torturate e soggette ad altre forme di violenza fisica e psicologica, incluse confessioni forzate e finte esecuzioni. Come dichiara l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, «Sono inorridito dal fatto che – oltre agli effetti già gravissimi del conflitto – i diritti del popolo iraniano continuino a essere loro sottratti dalle autorità, in modi duri e brutali.» La situazione nelle carceri resta critica: sovraffollamento, mancanza di beni alimentari, igienici e medici, insieme al trasferimento di dozzine di prigionieri in località sconosciute, ricalcano condizione di detenzione insostenibili.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) riporta i dati del Ministero iraniano della sanità con dati aggiornati fino al primo maggio. Si registrano almeno 3.375 civili morti e 32.214 persone ferite a livello nazionale con maggiore incidenza registrata nelle città di Teheran, Hormozgan e la provincia di Isfahan. C’è attualmente un ricollocamento, più o meno spontaneo e momentaneo, di quasi 200.000 persone – di cui il 60% sono donne e bambini – negli stati confinanti, in particolare in Turchia. I dati restano ovviamente incerti ed approssimativi non disponendo di controprove aggiornate.

La crisi iraniana rivela una frattura profonda nella coscienza occidentale: la distanza tra ciò che produciamo e ciò che riconosciamo. La sofferenza non entra nel nostro orizzonte come trauma ma come flusso informativo, come interferenza nella simulazione che chiamiamo “attualità”. In questo senso, il Deserto del Reale continua a sfuggirci, a venire neutralizzato ancora prima che la nostra percezione colga il trauma, intrappolandoci nella dimensione superficialmente nota del disinteresse. E mentre la vita di novanta milioni di iraniani resta appesa a una sottile speranza di libertà, anche tu come me continui a lamentarti del prezzo del gas?

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