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Un femminismo per poche non è femminismo, è privilegio

Negli ultimi anni il femminismo è tornato al centro del dibattito pubblico, grazie anche alla forza virale di hashtag come #MeToo o #GirlPower, che hanno contribuito a costruire un immaginario di emancipazione femminile apparentemente universale. 

Eppure, dietro questo femminismo – soprattutto quello dei social – si nasconde una verità scomoda: non tutte le donne sono incluse in questa narrazione.

Nei media occidentali, il discorso sul femminismo è troppo spesso dominato da donne bianche, eterosessuali, di classe agiata, con un livello di istruzione e di sicurezza economica superiore.

Si tratta di un femminismo che invoca la “parità” tra uomini e donne, ma che raramente affronta temi cruciali come i rapporti di potere globali, le disuguaglianze razziali, le barriere finanziarie, l’accessibilità per le donne disabili o i diritti LGBTQ+, che definiscono l’esperienza di milioni di donne nel mondo. 

La studiosa afroamericana Kimberlé Crenshaw ha coniato, nel 1989, il termine intersezionalità per descrivere come diverse forme di oppressione – sessismo, razzismo, abilismo – si intreccino, generando esperienze uniche di discriminazione. 

Tuttavia, questa prospettiva resta ancora troppo spesso ai margini del discorso dominante. 

Il cosiddetto femminismo bianco tende a presentare la donna come un soggetto università, ma questo modello si basa perlopiù sull’esperienza occidentale .

Mentre si celebra il diritto di “rompere il soffitto di cristallo”, molte donne razzializzate lottano ancora per accedere ai piani inferiori. 

Quando il discorso femminista ignora le differenze di classe, orientamento sessuale, religione, etnia e provenienza, rischia di trasformarsi in un nuovo strumento di esclusione. 

In Europa, ma soprattutto in Italia il femminismo tende ancora a trascurare il confronto la sua storia coloniale e le sue persistenti eredità culturali

Le donne migranti vengono spesso rappresentate come vittime da “salvare”, più che come soggetti autonomi, capaci di parlare per sé. 

Allo stesso modo, alcune battaglie – come quella per la libertà di vestirsi come si vuole – vengono declinate in chiave etnocentrica: la libertà diventa sinonimo di occidentalizzazione. 

Un esempio molto banale è la questione del velo nelle donne musulmane, che troppo facilmente si trasforma in un discorso paternalista, escludente e giudicante, invece che realmente liberatorio. 

Un femminismo davvero inclusivo dovrebbe partire dall’ascolto. 

Non basta “dare voce” alle donne marginalizzate: bisogna lasciare spazio, riconoscere che non tutte vivono la stessa oppressione e che il privilegio può assumere forme invisibili a chi lo detiene.

Le nuove generazioni di attiviste stanno già proponendo una visione più ampia: 

un femminismo intersezionale, antirazzista e antiabilista, capace di mettere in discussione non solo il patriarcato, ma anche il capitalismo e il privilegio bianco che lo sostiene. 

Non si tratta di dividere il movimento, ma di ricomporlo su basi più giuste. Perché la libertà di alcune non può costruirsi sull’esclusione di altre. 

Un femminismo che non interroga i propri privilegi rischia di diventare una forma di potere travestita da emancipazione. 

La sfida oggi è smettere di parlare “per” e cominciare a parlare “con”: solo così il femminismo potrà davvero essere considerato inclusivo.

 
 
 

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