Viviamo in 2X: dal burnout dell'attenzione all'accelerazione culturale
- Federica Salimena
- 28 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Dallo scrolling compulsivo su tutti i social, alla velocizzazione degli audio su WhatsApp, dei video su TikTok e dei contenuti lunghi su YouTube, ormai viviamo tutt* in 2x. In psicologia e media studies viene definito “Infinite scrolling”: si tratta del comportamento automatico di scorrere senza fine i contenuti digitali, che può essere motivato dalla tendenza a evitare stati di noia o ansia per ricevere invece rilascio di dopamina e quindi gratificazione (“dopamine scrolling”); oppure dalla ricerca inconsapevole di notizie allarmanti o negative che può portare a isolamento sociale o stress elevato (“doomscrolling”, diventato oggetto di grande analisi soprattutto durante il periodo della pandemia).Secondo questi studi l’iperproduzione ci ha reso distratt*, “annoiabili”, impazienti. Siamo sempre lì, a saltare da un contenuto all’altro, come se la lentezza fosse diventata una provocazione personale. Quello che ci sembra di vivere solo sugli schermi si proietta nel modo in cui (non) siamo presenti nel qui ed ora. Non abbiamo più la pazienza di aspettare, di ascoltare, di osservare.
Abbiamo finito per vivere in un paradosso annullante: mentre acceleriamo i contenuti, la percezione del tempo rallenta. Il nostro cortex attentivo (corteccia prefrontale e rete attentiva che regolano attenzione e controllo) è invaso da stimoli così rapidi che non riesce più a dare priorità, è saturo, e questo ci fa sentire più lenti. Più andiamo veloci, più ci sembra di non avere abbastanza tempo. Più consumiamo, meno restiamo soddisfatt*. In epoca pop, potremmo definirlo “burnout dell’attenzione”, letteralmente un esaurimento mentale che porta al declino nelle performance delle reti attentive dovuto ad uno sforzo cognitivo prolungato: non riusciamo più a stare ferm*, a restare concentrat*, a tollerare il ritmo naturale delle cose. Guardiamo contenuti più velocemente per fare prima. Ascoltiamo messaggi a velocità raddoppiata per sbrigarci. Saltiamo dieci secondi avanti in un film perché la scena ci sembra “troppo lenta”. Modifichiamo così il modo di fruire la cultura, che spesso diventa solo un pasto pronto, veloce da consumare, uno strumento per occupare spazi vuoti. Si tratta dell’illusione della produttività. Liberiamo tempo solo per riempirlo di nuovo con qualcos’altro di altrettanto rapido. Non creiamo mai uno spazio vuoto. Non ci fermiamo. Mai. L'ipervelocità crea una cultura fatta di conversazioni superficiali, relazioni inconsistenti, incapacità di rimanere presenti, consumo al posto dell’esperienza.
Studi recenti hanno dimostrato che l’uso intenso e frammentato dei media altera la capacità di percepire il tempo in modo stabile. Abituato alla rapidità, il cervello inizia a percepire il mondo reale come insopportabilmente lento: un libro procede “troppo piano”, un film richiede troppa attenzione, una persona che parla con calma quasi ci infastidisce.Recentemente è stato riportato che il tempo medio di attenzione si è abbassato fino agli 8 secondi. Un sondaggio condotto su 1.000 adulti americani commissionato dal Wexner Medical Center e dal College of Medicine dell'Ohio State University rivela che lo stress e l'ansia sono i fattori che contribuiscono maggiormente alla riduzione della capacità di concentrazione (43%), seguiti dalla mancanza di sonno (39%), dai dispositivi digitali (35%), e infine dalla noia o mancanza di interesse (31%). Leggiamo con superficialità, guardiamo con disinteresse, ci muoviamo nello spazio continuamente distratt*. Sembriamo non tollerare più l’attesa, la pausa, la lentezza. E così la vita sembra scorrere attraverso di noi senza toccarci davvero. Riceviamo stimoli continui e contenuti infiniti: eppure, nonostante l’abbondanza, non siamo mai content*. Cerchiamo sempre qualcosa di più. Scientificamente parlando, è l’effetto della “dopamine chase” (inseguimento della dopamina): ricerchiamo compulsivamente attività che possano gratificarci nell’immediato, creando un ciclo di dipendenza e desiderio di sensazioni sempre nuove e più intense. Tutto questo non è solo un'abitudine digitale: è il riflesso di una società in costante accelerazione, una distopia in rapida crescita. Lo vediamo online nei trend che cambiano ogni tre giorni, nelle nuove uscite, nella sovrapproduzione.Ma offline lo sentiamo come un’ansia più profonda: obiettivi che diventano sempre più irraggiungibili, aspettative impossibili, cambiamenti continui a cui non riusciamo a stare dietro. Soffriamo di “accelerazione culturale”. Se ci prendiamo un momento di pausa, se rallentiamo, se osiamo guardare indietro per un secondo, sembra che stiamo già “perdendo tempo prezioso”. Ma c’è chi guadagna dalla nostra ipervelocità? E soprattutto, è davvero necessario che sia così? O siamo noi che abbiamo dimenticato come si vive a velocità umana?
Ora dimmi la verità: hai letto anche questo articolo in 2x?



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