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Volontariato o vanità? Il neocolonialismo al tempo di Instagram

C’è un genere di persone in particolare, che ogni anno migra verso l’Africa subsahariana.


Le loro missioni?

Una giornata nel “villaggio povero”, tra bambini che non hanno chiesto né selfie né sorrisi forzati, qualche post — magari con caption del tipo «Loro mi hanno dato più di quanto io abbia dato a loro» (classico, scontato) — e dorati ritorni all’hotel di lusso, con spa e mojito a bordo piscina.


Una sorta di turismo neocoloniale del XXI secolo, in cui il “bianco civilizzatore” non porta bibbie, ma post su Instagram.

Una filantropia estetica, dove la miseria è uno sfondo, non un problema.


Questo tipo di savioturismo — è bene ribadirlo — promuove narrative tossiche di dipendenza, rafforza stereotipi razziali e alimenta un’economia della beneficenza in cui il donatore è protagonista, e il soggetto ricevente… solo una comparsa muta.


E mentre gli influencer si immortalano con bambini scalzi, nella fitta e oscura nebbia della vanità non ci si interroga mai sul ruolo delle multinazionali nella distruzione delle economie locali, sul perché i fondi si perdano in bilanci edulcorati ad arte, o sul diritto all’immagine di minori sfruttati per propaganda personale.

No, troppo difficile.


Molto più semplice scattare una foto in mezzo alle capanne e sentirsi un moderno Mandela, con il Wi-Fi e l'iPhone a portata di mano. Pronto alla perforazione più che all’azione, in nome dell’engagement e degli algoritmi, dei like e delle ricondivisioni.

E se — magari — qualcuno osa criticare queste persone, ecco piovere le solite accuse di cinismo.

Perché, si sa, «almeno si fa qualcosa».


Sì, appunto: branding personale sul palcoscenico della propria performance pubblica di auto-legittimazione (im)morale.


E non si tratta solo di cattivo gusto, giacché – come scrive Makau Mutua in “Savages, Victims and Saviors: The Metaphor of Human Rights” – “Il bianco civilizzatore moderno è un attore globale che impone la sua idea di salvezza ignorando la voce dei salvati.”


Le comunità, infatti, non hanno bisogno di un bianco con un iPhone.

Hanno bisogno di essere lasciate parlare, agire, autodeterminarsi.

E che, per una volta, non venga postato alcunché.



Fonti:

journal_articles/570/] 

[Makau w. Mutua, Savages, Victims, and Saviors: The Metaphor of Human Rights, 42 Harv. Int'l L.J. 201 (2001)] 

 
 
 

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