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Se il nuovo anno non ti cambia la vita, forse è normale

Ogni anno lo celebriamo come se fosse un atto di libertà.

Il countdown, il brindisi, la promessa collettiva che questa volta sarà diverso. Il nuovo anno arriva carico di aspettative morali: migliorarsi, rimettersi in forma, lavorare di più (o meglio), amare meglio, essere finalmente “all’altezza”. Il Capodanno è diventato il grande rito laico della nostra epoca: un’illusione di controllo sul tempo, sul futuro, su noi stessi.

Eppure, se ci fermiamo un attimo, emerge una verità meno rassicurante: il tempo che celebriamo non è naturale, non è neutro, e non è nemmeno nostro. È un dispositivo sociale. E oggi più che mai, è uno degli strumenti più efficaci con cui veniamo governati.

Ma non è sempre stato così.

Per secoli il tempo non era qualcosa da “ottimizzare”, ma da abitare. Seguiva i cicli del corpo, del sole, delle stagioni, del lavoro agricolo. La giornata non era una linea retta da riempire, ma una materia elastica. Lo storico E.P. Thompson lo spiega chiaramente: è con la rivoluzione industriale che il tempo diventa astratto, misurabile, standardizzato. Nasce l’orologio come autorità morale. Nasce l’idea che ogni minuto debba produrre qualcosa. Nasce il tempo come debito.

Da lì in poi, non abbiamo più vissuto nel tempo, abbiamo iniziato a vivere contro il tempo.

Il Capodanno è figlio diretto di questa trasformazione. Non è una pausa reale, ma una sospensione simbolica che serve a far ripartire la macchina. Un reset emotivo che non mette mai in discussione il sistema che ci ha resi stanchi, insoddisfatti, "in ritardo". Ci dice: riparti. Ma mai fermarsi. Mai ridiscutere.

Ed è qui che il discorso diventa profondamente attuale.

Viviamo in un’epoca in cui tutto accelera: il lavoro, l’informazione, le relazioni, perfino il riposo. Rispondiamo ai messaggi mentre guardiamo un film su Netflix, ascoltiamo audio a velocità x2, guardiamo serie con finali orribili solo “per non restare indietro”. Abbiamo strumenti che promettono di farci risparmiare tempo, ma il risultato è sempre lo stesso: ne abbiamo sempre meno. O meglio, ne sentiamo sempre meno.

Il sociologo Hartmut Rosa chiama questo fenomeno “accelerazione sociale”: più il mondo va veloce, più perdiamo il senso di ciò che facciamo. L’esperienza si assottiglia, il presente diventa un passaggio obbligato verso qualcos’altro. Non viviamo mai qui, viviamo sempre dopo. Dopo le feste. Dopo la laurea. Dopo il contratto giusto. Dopo l’estate. Dopo il prossimo anno.

Il Capodanno, in questo contesto, non segna un inizio, segna una riconsegna. Ci restituisce al tempo così come lo vuole il sistema: misurabile, produttivo, competitivo. Non a caso, subito dopo arrivano le liste: obiettivi, performance, miglioramenti. Anche il benessere diventa un compito. Anche la felicità diventa una scadenza.

E se non ce la fai?

Se sei stanco, confuso, fermo?

Allora il problema sei tu.

Questa è forse la violenza più sottile dei nostri tempi: ha smesso di essere una struttura collettiva e si è trasformato in una responsabilità individuale. Se non stai bene, se non “cresci”, se non realizzi ciò che dovresti, è perché tu non hai saputo gestirti. Il sistema resta intatto, invisibile, innocente. Tu no.

Eppure, mai come oggi, è evidente che non siamo davanti a una crisi di volontà individuale, ma a una crisi di senso. L’idea che ogni anno debba portarci più avanti di quello precedente è diventata insostenibile. Crescita, progresso, miglioramento continuo sono parole che un tempo promettevano emancipazione e che oggi producono solo stanchezza cronica.

Forse il problema non è che non cambiamo abbastanza.

Forse il problema è che cambiamo troppo, troppo in fretta, senza mai sedimentare nulla.

Riconoscere che il tempo è un costrutto sociale non significa negare il valore del futuro. Significa rifiutare l’idea che il futuro debba essere sempre una corsa. Significa capire che non tutto ciò che non accelera è fallimento. Che rallentare non è restare indietro. Che fermarsi non è arrendersi.

In un mondo che misura tutto — produttività, relazioni, persino il riposo — il gesto più radicale non è fare promesse per l’anno nuovo. È sottrarsi, anche solo per un momento, alla logica che trasforma il tempo in una prestazione.

Forse il vero nodo non è diventare migliori, più veloci o più performanti allo scoccare della mezzanotte. Forse è iniziare a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che viene presentato come tale, ma non lo è. In una società che promette a tutti le stesse possibilità senza mai distribuirle davvero, il nuovo anno finisce spesso per essere meno un inizio e più un promemoria delle disuguaglianze che restano.

Se il nuovo anno deve avere un senso, forse sta qui: non nell’ennesimo elenco di buoni propositi, ma nella capacità di leggere il tempo per quello che è — un costrutto che ci organizza, ci disciplina e spesso ci sovraccarica. E magari, una volta fatto questo, potremo anche smettere di fumare, andare finalmente in quella palestra che paghiamo da tre mesi e — con un po’ di onestà in più — smettere di credere che tutto dipenda solo da noi.

 
 
 

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